08/08/2025
Cesena è la città felice delle mie estati bambine. Ci arrivavo in treno, da sola fin dalle elementari: il capotreno mi lasciava a Rimini, zia Sara mi aspettava al binario.
Lì imparavo la felicità dei passi lenti: passeggiate al parco, chiacchiere nella cartoleria della sua amica che mi insegnò i segreti di inchiostri e carte, il profumo del legno vecchio e dell’Eau d’Orange, mescolato all’olio alla lavanda che la zia portava come scia.
Molti anni dopo, tra le pieghe di Instagram, ho incontrato Diego e ci siamo riconosciuti senza esserci mai visti: Paolo Conte nei giorni buoni e in quelli meno buoni, devozione per la bellezza e reverenza per le persone rare.
Ma il violino c’era già. Era entrato molto prima, quando mia madre mi cresceva con musica classica e cantautori italiani, prediligendo Branduardi. Avevo cinque anni quando mi portò al mio primo concerto: lui, un cespo di capelli da bosco incantato, circondato da cromorno, ghironda, salterio… e un violino che cantava. Non so se mi colpì di più la musica o il fatto che un adulto sapesse suonare così tanti strumenti strani. Quel suono non è più uscito da me.
Quando mia madre mi chiese se volevo studiare musica, risposi subito: «Sì! Il violino.» Non sapevo nulla di tecnica, solo che volevo imparare la voce di quello strumento. Oggi, ogni volta che lo stringo, le corde vibrano con quelle invisibili che legano la mia infanzia, mia madre, la poesia, l’odore del legno e della pece, la carta degli spartiti.
Le note restano lì, come segreti che non si possono dire. Solo suonare.
E ogni volta è un ritorno.
E ogni volta penso che la musica sia l’unico mezzo che noi umani possediamo per dire “ti amo” senza usare parole.
E ogni volta, ancora, la prima volta.
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