09/05/2026
“La mente umana è paragonabile ad una farfalla che assume il colore delle foglie sulle quali si posa... si diventa ciò che si contempla. Credo che se guardassimo sempre il cielo finiremmo per avere le ali.” - Gustave Flaubert, scomparso oggi nel 1880.
Se la letteratura moderna ha un "martire" della forma, questo è senza dubbio Gustave Flaubert (1821–1880). Lo scrittore francese non concepiva la scrittura come un semplice atto narrativo, ma come un’ascesi brutale, una ricerca ossessiva di quella che lui chiamava le mot juste (la parola giusta).
Flaubert ha rivoluzionato il romanzo europeo introducendo il concetto di impersonalità. Per lui, l'autore doveva essere come Dio nella creazione: "presente ovunque, ma visibile in nessun luogo". Non voleva che il lettore sentisse la voce dello scrittore giudicare o commentare; la realtà doveva parlare da sé, attraverso una precisione chirurgica dei dettagli.
Il suo capolavoro, Madame Bovary (1857), fu un terremoto culturale. Emma Bovary, prigioniera della noia della provincia e delle fantasie alimentate dai romanzi romantici, divenne il simbolo del conflitto tra il grigiore della realtà e l'aspirazione all'ideale.
* Il Processo: Il libro fu messo sotto inchiesta per "oltraggio alla morale pubblica e religiosa". Flaubert rischiò il carcere, ma fu assolto.
* "Madame Bovary c'est moi" (Madame Bovary sono io): Celebre è la sua frase che rivendicava l'identificazione con la sua protagonista: un modo per dire che la frustrazione dei desideri è un sentimento universale, che apparteneva allo scrittore stesso.
Flaubert trascorreva intere giornate a limare una singola frase. Si rinchiudeva nella sua casa di Croisset, in Normandia, dove leggeva le sue pagine a voce alta (il famoso gueuloir, il "gridatoio") per testarne il ritmo e la musicalità. Se una frase non "suonava" bene, veniva scartata, indipendentemente dalla sua chiarezza informativa.
Nonostante sia considerato il padre del Realismo, Flaubert coltivò sempre una vena barocca e visionaria, evidente in opere come La tentazione di Sant'Antonio o Salammbô, ambientata in un'antica Cartagine violenta e lussureggiante. Questa dualità tra l'osservatore freddo e il sognatore esotico lo rende uno degli autori più complessi e affascinanti dell'Ottocento.
Senza Flaubert non avremmo il romanzo psicologico moderno né la cura estrema per lo stile di autori come Proust o Kafka. Ci ha insegnato che un oggetto banale, se descritto con la parola perfetta, può acquisire la dignità di un'opera d'arte.
📌 DIETRO LO SPECCHIO:
* Figlio di un chirurgo di Rouen, Flaubert crebbe vedendo il padre operare. Questo segnò il suo carattere: voleva essere un "chirurgo dell'anima". Quando scriveva la scena del suicidio di Emma Bovary, si dice che sentisse davvero il sapore dell'arsenico in bocca e che fosse talmente immedesimato da avere conati di vomito. Non era finzione, era un'immersione totale che gli costava una fatica nervosa immensa.
* Flaubert non scriveva solo con gli occhi, ma con i polmoni. Per testare la perfezione di una frase, la urlava a squarciagola nel suo studio di Croisset. Se il ritmo non era perfetto o se la frase lo faceva "inciampare" nel respiro, significava che era scritta male. I vicini lo sentivano gridare per ore: era il suo modo per scacciare le assonanze cacofoniche. Per lui, la prosa doveva avere la precisione della matematica e il ritmo della poesia.
* La sua meticolosità era leggendaria e quasi patologica. Poteva passare cinque giorni a limare una singola pagina e una settimana intera a decidere se una virgola fosse necessaria o meno. Flaubert soffriva fisicamente se non trovava le mot juste (la parola giusta).
* Flaubert aveva un carattere profondamente misantropo verso la classe borghese, che considerava intrisa di mediocrità e pregiudizi. Passò anni a raccogliere le frasi fatte e i luoghi comuni che sentiva durante le conversazioni per comporre il suo Dizionario dei luoghi comuni. Se qualcuno diceva una banalità, lui la annotava con un misto di disgusto e divertimento scientifico. Odiava tutto ciò che era "facile" o convenzionale.
* Un aspetto dolcissimo del suo carattere emerge dalla sua amicizia con la scrittrice George Sand. Lei era una "scrittrice di getto", capace di produrre decine di pagine in una notte; lui era un "minatore della parola". Lei lo rimproverava teneramente per il suo eccessivo rigore, chiamandolo "mio vecchio Troubadour". Nelle loro lettere, Flaubert rivela il suo lato più umano: un uomo fragile, spesso depresso, che trovava conforto solo nella stima dei pochi che considerava suoi pari.
* In redazione e con gli amici, Flaubert era noto per i suoi scoppi d'ira e per il suo vocione tonante. Lo chiamavano "l'orso" per il suo modo di vivere isolato e per la sua corporatura massiccia. Eppure, sotto questa scorza burbera, si nascondeva una sensibilità delicata. Poteva piangere per ore leggendo un brano di un autore che amava, o cadere in una prostrazione profonda per un fallimento letterario.
⚜️ Carmen Margherita Di Giglio