25/04/2026
25 APRILE
Il 21 dicembre del 1975, Aldo Moro, nel trentennale dalla liberazione, riferendosi ai moti dei resistenti, pronunciò queste parole: “non era mero ricordo, bensì un dato vitale, una sorta di impegno civile, che ha immesso nella Resistenza fattori sociali connessi con la storia delle grandi masse popolari, a lungo escluse dalla partecipazione alla vita dello Stato”.
Questa esigenza di libertà, che ottantun anni fa trovò voce nell’annuncio radiofonico di Pertini per lo sciopero generale, non era solo una reazione politica, ma un impulso popolare profondo e totalizzante che portò alla costruzione di uno Stato fondato sulla dignità della persona. È un impeto che «viene da lontano e va lontano», perché affonda le radici nella struttura stessa dell’uomo. Oggi, in un presente dove la libertà sembra ridotta a un accessorio rinunciabile, dobbiamo riaffermarla. Un antifascismo rinnovato e “quotidiano” non ha bisogno di patenti, ma di persone che sappiano riconoscere nella libertà dell’altro un bene per sé stessi, rendendo di nuovo possibile il dialogo. In un momento storico in cui tutto sembra ridursi a pura tecnocrazia o a scontro ideologico, l’Università rischia di diventare un luogo di passaggio silenzioso, dove l’indifferenza appare come l’unica via d’uscita sicura. È qui che possiamo trovare, nel rifiuto del cinismo, lo strumento per affiancare “l’altro”. Lo studio stesso diventa allora un atto di libertà: un’apertura verso il mondo che ci permette di leggerne le sfumature, di intercettare i sintomi di ogni autoritarismo e di sentire come nostra la ferita di quei popoli che, tra le macerie, non smettono di cercare la libertà.