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“Pueblo” nasce da una serie di esperienze autorganizzate che sentono l'esigenza della costruzione concreta di pratiche politiche e sociali che rimettano al centro gli interessi del “popolo”. Lo Spazio Pueblo organizza iniziative sociali per il quartiere, incontri, dibattiti, presentazioni di libri e tanto altro per creare nuove forme di partecipazione diretta dal basso in un mondo in cui gli interessi dei lavoratori, dei disoccupati, degli studenti vengono quotidianamente calpestati da chi dovrebbe tutelarli.

📖 Il rivoluzionario e la maestra.Adolfo Wasem è stato dodici anni nelle mani della dittatura uruguaiana, parte di questi...
12/10/2026

📖 Il rivoluzionario e la maestra.
Adolfo Wasem è stato dodici anni nelle mani della dittatura uruguaiana, parte di questi dentro un cunicolo sotterraneo che chiamavano calabozo. Là sotto, con lui, c’era anche José Mujica l’uomo che sarebbe diventato il presidente più povero del mondo. Quarant’anni dopo la sua morte, in una casa nella periferia di Roma, una donna alle prese con l’ennesimo trasloco trova un libro che parla di lui.

Gaja Cenciarelli intreccia i fili di queste due vite perché, nel grande arazzo del dolore, sono due volti diversi di un'unica storia. Puoi perdere tutto quello che hai e non perdere la libertà, ma è una cosa che va scelta ogni volta, anche quando la sola rivoluzione a disposizione si chiama cambiare casa.

Il secondo appuntamento di CHE FATICA (?), la rassegna ideata insieme a Libreria Centopagine e Magmatica Festival, a cui si è unito anche il Forum dei Giovani, guarda al lavoro da qui.

📍 Sabato 24 ottobre, ore 17.00
Forum dei Giovani, Cava de’ Tirreni

CIAO ALFONSO. FIGLIO DELLA CAVA POPOLARE.Oggi un figlio di Cava de’ Tirreni ci lascia.Alfonso è stato un faro.Per chiunq...
05/10/2026

CIAO ALFONSO. FIGLIO DELLA CAVA POPOLARE.

Oggi un figlio di Cava de’ Tirreni ci lascia.

Alfonso è stato un faro.

Per chiunque abbia vissuto i nove scalini della Curva Sud. Per chi abbia voluto, almeno una volta, avvicinarsi alla storia del Movimento 26 de Julio e dei Barbudos, salpati sul Granma all’assalto di un presente rivoluzionario.

Cava de’ Tirreni ha una storia che in pochi conoscono perché messa a tacere da quei pochi soliti noti che ci hanno sempre governato. È la storia della gran parte del popolo cavese, nato e cresciuto alle pendici dei nostri monti, tra le lamiere dei container del post-terremoto. È la storia di chi si è sempre nutrito di pane e Cavese; di chi ha visto i contadini organizzarsi nelle cooperative del tabacco per continuare a far vivere le nostre terre; di chi ha accompagnato i propri papà a lavorare nelle fabbriche dei comuni limitrofi, in cerca di un salario dignitoso.

Non è la storia della “Piccola Svizzera”. E non è nemmeno quella della Cava perbene che le solite, poche famiglie dai cognomi più blasonati hanno voluto tramandare di questa città.

È la storia di tutti noi.

Alfonso ne faceva parte.

Tutta la città, in particolare modo la zona Est, ha conosciuto il suo carisma, la sua nobiltà d’animo, la sua generosità e la sua grande cultura.

Quanti ne avremmo voluti, come lui.
Avremmo cambiato tutto, in questa città e in questa Italia meschina, in un batter d’occhio.

Alfonso non va dimenticato.

Per dirla con Fidel: «A coloro che mi definiscono sognatore, rispondo con le parole di Martí: il vero uomo non guarda da quale parte si vive meglio, ma da quale parte si trova il dovere; e ciò che sogno oggi sarà la legge di domani».

Hai vissuto sognando il nostro stesso mondo, Alfò.

E anche per te, compagno nostro, oggi alziamo i pugni al cielo. Bandiere rosse al vento.
Venceremos.

"Non ce la facciamo più."L'ha detto un uomo seduto sull'asfalto dello svincolo di Pizzo Calabro, il primo ottobre. Dietr...
02/10/2026

"Non ce la facciamo più."
L'ha detto un uomo seduto sull'asfalto dello svincolo di Pizzo Calabro, il primo ottobre. Dietro di lui i trattori, davanti la polizia. I colleghi lo chiamano Antonio. Il video lo abbiamo visto tutti. Passata la compassione, resta una domanda: chi ce l'ha messo Antonio in mezzo alla carreggiata?

Antonio lavora la terra in Calabria. A fine settembre il gasolio costava in media 2,33 euro al litro e in un solo anno fare il pieno è diventato circa il 40% più caro. Quello che produce, invece, non gli viene pagato abbastanza da coprire quello che spende. In questa forbice può sparire una stagione intera e con lei il bilancio di una famiglia.

Questo prezzo non è una fatalità ma uno degli effetti concreti di un’economia di guerra che scarica verso il basso il costo delle crisi geopolitiche. Le tensioni con l’Iran, l’instabilità delle rotte attraverso lo Stretto di Hormuz, la corsa dei mercati finanziari che speculano sul terrore. Ad Antonio, nella sua terra in Calabria, nessuno ha chiesto cosa ne pensasse di questo conflitto globale. Non ha votato nessuna sanzione, non ha schierato nessuna nave. Quella guerra gliel'hanno messa direttamente sullo scontrino.

La stessa guerra, per qualcuno, è stata un ottimo affare. Nel primo semestre dell'anno Eni ha guadagnato 3,6 miliardi di euro, il 43% in più dell'anno precedente. Lo sa bene anche il ministro dell'Economia Giorgetti, che a settembre, davanti ai colleghi europei, ha detto: «Questi non sono profitti da un mercato normale». Bruxelles gli ha risposto che ogni Stato può tassarli per conto suo. Il governo, fin qui, non ha toccato un euro.

Ha preferito un'altra strada. Ha telefonato alle compagnie petrolifere per chiedere un gesto di buona volontà. È nato così il famoso tetto: diesel a 2,19 euro per un mese, in circa metà dei distributori. Nove euro risparmiati su un pieno e ci hanno pure chiesto di festeggiare.

Il tetto, però, vale solo alle pompe di benzina. Camion e trattori fanno rifornimento nell'extra-rete, dove lo sconto non arriva. Le persone sedute su quello svincolo sono esattamente quelle rimaste fuori. A chi chiedeva aiuto da giorni, il governo ha risposto con una misura che lo lascia a secco.

E non è tutto, c'è qualcosa di ancora più grave nel modo in cui ce la vendono. Se accettiamo che un diesel a 2,19 euro sia una buona notizia, abbiamo già accettato che la guerra la paghino le lavoratrici e i lavoratori, ogni mattina, al distributore, in bolletta e alla cassa del supermercato.

Quell'asfalto, in questo Paese, lo conosciamo bene. Per anni ci si sono seduti sopra i ragazzi e le ragazze di Ultima Generazione, a ribadire che un'economia attaccata al petrolio ci avrebbe resi ostaggio di ogni guerra e di ogni rincaro. Nei salotti televisivi li chiamavano ecovandali, e il governo ha finito per scrivere una legge pensata per loro: dal 2025 bloccare una strada con il proprio corpo è reato, e se lo si fa in gruppo si rischiano da sei mesi a due anni di carcere. La vergogna gliel'ha gettata addosso gente che di vergogna non ne ha mai provata.

Chiedevano cose diverse da Antonio, ma partivano dallo stesso punto: un Paese che dipende dal petrolio e che, quando il petrolio diventa un'arma, lascia il conto a chi sta in fondo. Oggi le telecamere inquadrano Antonio con pietà. Finché piange, fa notizia. Se domani tornasse su quella strada a pretendere, la legge scritta per quei ragazzi varrebbe anche per lui.

Seduto su quell’asfalto, Antonio pretendeva una giustizia elementare: quella di poter guardare negli occhi i propri figli e i propri nipoti sapendo che la fatica di una vita intera basta a garantire un futuro dignitoso. La stessa dignità che gli viene negata da una classe dirigente che decide il destino della terra e di centinaia di famiglie leggendo il prezzo del gasolio in una tabella. Gente che, per difendere il proprio pane, non dovrà mai sedersi su uno svincolo autostradale con le mani sulla faccia.

Lo Stato possiede un terzo di Eni, tra Ministero dell'Economia e Cassa Depositi e Prestiti. È il ministero a scegliere chi siede nel consiglio di amministrazione, e lo Stato incassa i dividendi di un'azienda che quest'anno, con la guerra, ha visto i profitti crescere del 43%. Il governo non è un passante che chiede un favore: è il padrone di casa. Ha preferito la parte di chi chiede per cortesia, perché così nessuno gli chiede conto di quello che non ha fatto.

Allora la domanda dell'inizio ha una risposta. Su quell'asfalto Antonio ce l'ha messo una scelta politica: far pagare la guerra a chi lavora e lasciare i profitti a chi li ha incassati. Quella scelta ha delle firme in calce e chi ha avuto il potere di scriverle, oggi ha l'obbligo di cancellarle.

La vergogna è loro. Le lacrime di Antonio, invece, appartengono a tutti noi che facciamo gli stessi conti ogni mattina. Possiamo lasciarle scorrere in un video o prenderle come la frase da cui si ricomincia.

Non ce la facciamo più, da soli.

La parola “classe” a casa nostra non si è mai sentita. Al suo posto c'erano frasi come questa che impari da bambino/a e ...
29/09/2026

La parola “classe” a casa nostra non si è mai sentita. Al suo posto c'erano frasi come questa che impari da bambino/a e ti ritrovi addosso a trent'anni, stampate sulla schiena, il giorno in cui devi chiedere l’aumento.

Non le diceva il padrone, ma chi ci voleva bene e aveva smesso di provarci molto prima di noi. Una condizione si tramanda così, senza mai chiamarla per nome.

La chiamavano «buona educazione», sono solo frammenti di un discorso di classe.

📍Ci vediamo venerdì 2 ottobre, ore 19.00 alla Libreria Centopagine per "Frammenti di un discorso di classe. Racconto di vite e conti che non tornano" di Giusi Palomba.

Il primo appuntamento della rassegna CHE FATICA (?) nata da una collaborazione con Centopagine e Magmatica Festival.

I nostri hanno lavorato tutta la vita e non ne è rimasto niente di scritto. Nessun archivio, nessun libro che raccontass...
25/09/2026

I nostri hanno lavorato tutta la vita e non ne è rimasto niente di scritto. Nessun archivio, nessun libro che raccontasse come si stava dentro quel lavoro. In inglese ci sono due parole per questo vuoto, "community history" e "heritage". In italiano non le traduciamo nemmeno.

Giusi Palomba ha preso quella storia e ha deciso di rimetterla insieme. Ha scritto "Frammenti di un discorso di classe" a Glasgow, con Torre del Greco ancora negli occhi. Parla di frammenti perché questa storia ci è arrivata a pezzi e quei pezzi non si sono sparsi da soli.

Tra le pagine c'è l'eco della rabbia, quella che unisce le persone invece di consumarle e le spinge a costruire il cambiamento. C'è la pratica femminista che cuce una storia collettiva e lo sguardo sul lavoro invisibile di cura delle donne del Sud.

Dare un nome a queste cose è il primo pezzo dell'antidoto alla deriva di questi anni. Ci vogliono tempo, pratiche e lavoro, e libri come questo ci fanno fare un passo avanti.

Con lei apriamo CHEFATICA (?), tre incontri per leggere il lavoro oltre le righe. Si comincia venerdì!

📍 Venerdì 2 ottobre, ore 19.00 Libreria Centopagine
Corso Umberto I 293/interno 3, Cava de' Tirreni

Da piccoli saltavamo da una casella all’altra e vinceva chi arrivava in fondo senza pestare la riga. Da grandi ci ritrov...
20/09/2026

Da piccoli saltavamo da una casella all’altra e vinceva chi arrivava in fondo senza pestare la riga. Da grandi ci ritroviamo a farlo tra turni, contratti precari, scadenze e conti da far quadrare ma non tutti partiamo dalla stessa casella.

C’è chi parte già a metà percorso e chi deve saltare il doppio anche solo per raggiungere il punto di partenza. E quando perdi l’equilibrio, c’è sempre qualcuno pronto a dirti che non ti sei impegnato abbastanza, che è colpa tua.

CHE FATICA (?) mette il punto interrogativo dove per anni c'hanno insegnato a mettere solo un punto esclamativo. Nasce dalla voglia di fermarci e rimettere in discussione le regole di un gioco che occupa buona parte delle nostre vite ma che raramente abbiamo il tempo di interrogare.

Insieme alla Libreria Centopagine e Magmatica Festival, abbiamo costruito una rassegna culturale dedicata al lavoro con tre appuntamenti distinti che si intrecciano in un unico grande percorso.

👇 Intanto, salva le date e seguici per scoprire tutti i dettagli!

"La Terra non appartiene all'uomo, è l'uomo che appartiene alla Terra. Tutte le cose sono collegate, come il sangue che ...
14/09/2026

"La Terra non appartiene all'uomo, è l'uomo che appartiene alla Terra. Tutte le cose sono collegate, come il sangue che unisce una famiglia. Qualunque cosa capiti alla Terra, capita anche ai figli della Terra.”
- Si'ahl

Nel 2017 il governo Renzi cancellava il Corpo Forestale dello Stato, tagliando presìdi di tutela, prevenzione e deterrenza fondamentali per le nostre montagne. La res publica per loro è un inutile orpello, per noi è tutela della collettività.

Ai disastri dell’abbandono e della speculazione opponiamo un’altra idea di mondo. Prendiamoci cura della nostra terra, sputiamo in faccia all'indifferenza e riprendiamoci il futuro. Ora o mai più!

Costiera Amalfitana, settembre 2026.

(foto di G. Cavaliere)

A fine agosto, il parziale crollo di un ghiacciaio in scioglimento al confine tra Tibet e Nepal ha scatenato una frana l...
09/09/2026

A fine agosto, il parziale crollo di un ghiacciaio in scioglimento al confine tra Tibet e Nepal ha scatenato una frana letale e un'inondazione improvvisa. Onde impetuose — simili a un vero e proprio tsunami a quasi 180 km/h — hanno spazzato via città e infrastrutture essenziali. Oggi il bilancio conta ancora circa 6.000 vittime tra morti accertati (oltre 1.300) e dispersi inghiottiti dal fango.

Questo disastro non è un evento isolato, ma la conseguenza visibile di un equilibrio geografico e ambientale che si sta spezzando. L'intera catena montuosa sta infatti portando sulle proprie vette il peso di un surriscaldamento senza precedenti.
Le montagne dell'Himālaya, condivise tra India, Cina, Nepal e Bhutan, si stanno riscaldando a una velocità quasi superiore del 50% rispetto alla media globale. Già nel 2023 l'ONU ricordava che i ghiacciai nepalesi hanno perso quasi un terzo della loro massa in poco più di trent'anni.

Di fronte a questa devastazione, la Repubblica Federale Democratica del Nepal ha compiuto un atto senza precedenti: non ha chiesto semplici aiuti umanitari, ma un vero e proprio risarcimento climatico.

La colpa materiale è del riscaldamento globale, ma le responsabilità politiche sono ben precise. Il Nepal, pur essendo responsabile di meno dello 0,1% delle emissioni globali di gas serra, paga le conseguenze causate dai grandi inquinatori mondiali. Tra questi spiccano i vicini India e Cina — che insieme producono più della metà delle emissioni planetarie — e gli Stati Uniti.

Attraverso le parole del Ministro degli Esteri Shisir Khanal, il Nepal ha chiesto 20 milioni di dollari attingendo al fondo ONU per le perdite e i danni (“Loss and Damage”), istituito nel 2022 con l'Accordo di Parigi. Un fondo nato teoricamente per questo, ma drammaticamente vuoto: a fronte di richieste per 2,8 miliardi di dollari da parte di 119 Paesi vulnerabili, la comunità internazionale ne ha stanziati finora solo 400 milioni (con gli USA che vi contribuiscono per soli 17 milioni).

Sebbene Khanal abbia poi smorzato i toni per promuovere una collaborazione globale, il senso del gesto resta intatto. Come spiegato dallo stesso ministro, si tratta di un’azione simbolica ma potente: “un campanello d'allarme affinché il mondo riconosca la responsabilità morale e legale dei Paesi industrializzati”.
Spesso ci raccontiamo queste tragedie come eventi inevitabili di fronte a una Natura indomabile. Ma la verità è che non siamo di fronte al destino, ma a una decisione politica ben precisa: lasciare interi popoli da soli a reggere valanghe continue, in barba a qualsiasi principio di fratellanza.

Questa non è solo una crisi ambientale, ma una brutale crisi dei diritti umani. È l'esito della ‘violenza estrattivista’ di un sistema tardo-capitalista fondato sull'illusione di una crescita infinita in un pianeta dalle risorse finite. I Paesi più poveri o del “Sud globale”, pur essendosi industrializzati in ritardo, sono oggi in prima linea a pagarne il prezzo più alto.

Se parliamo di questa sorta di sfida lanciata dal Nepal non è solo per il dolore verso le vittime dell'Himālaya, ma per definire la battaglia che come società civile dobbiamo combattere. L'unica via d'uscita da questo neocolonialismo climatico richiede di abbandonare l'economia dei combustibili fossili e scardinare la logica del mero profitto; riscoprire la solidarietà e la cooperazione reale tra i popoli, superando la visione eurocentrica e dominante; valorizzare la conoscenza delle popolazioni indigene, da secoli le uniche vere custodi della Terra e della biodiversità.

Sono infatti 500 popoli indigeni e 2000 movimenti ad aver firmato il documento di Santa Marta, in Colombia. Una carta d’intenti contenente 161 proposte e 15 princìpi per la “riconversione ecologica”, che ha sancito un’alleanza storica per denunciare il modello estrattivista e rimettere la vita umana e la biodiversità al centro del modello di sviluppo.

Dobbiamo ridistribuire saperi, pratiche e risorse. Solo così avrà ancora senso parlare di un "sistema-mondo". Ma spetta a noi, come cittadini e popoli, pretendere questa svolta dai nostri governi: altrimenti continueranno a prevalere solo ed esclusivamente gli interessi economici dell'1% della popolazione mondiale.

DOMENICA 30 AGOSTO CI VEDIAMO NEL BOSCO 🍃🌳Il 30 agosto ci trovate a BOSCO DIO! all’Oasi Diecimare.Noi saliamo con il ban...
26/08/2026

DOMENICA 30 AGOSTO CI VEDIAMO NEL BOSCO 🍃🌳

Il 30 agosto ci trovate a BOSCO DIO! all’Oasi Diecimare.
Noi saliamo con il banchetto, un bel po’ di cose da leggere, altre da discutere e la consueta scarsa propensione a lasciare il mondo esattamente come l’abbiamo trovato.

Siamo partner cavesi di Claim Rivista, indipendente, gratuita e senza pubblicità. E al nostro banchetto troverete anche le copie dell'ultimo numero “IL SUD NON STA SOTTO”. Una rivendicazione che, considerata la latitudine e il posto in cui saremo, ci sembrava difficile lasciare a casa. Del resto, certe cose non serve nemmeno dirle, si portano cucite addosso insieme alle storie di chi è venuto prima.

Passate a prenderne una, è gratis! Le conseguenze della lettura, invece, sono affari vostri.

📍 Oasi Diecimare
🗓 30 agosto, dalle 17.00

Indirizzo

Viale Garibaldi, 26
Cava De' Tirreni
84013

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