Spazio Pueblo

Spazio Pueblo “Pueblo” nasce da una serie di esperienze autorganizzate che sentono l'esigenza della costruzion

“Pueblo” nasce da una serie di esperienze autorganizzate che sentono l'esigenza della costruzione concreta di pratiche politiche e sociali che rimettano al centro gli interessi del “popolo”. Lo Spazio Pueblo organizza iniziative sociali per il quartiere, incontri, dibattiti, presentazioni di libri e tanto altro per creare nuove forme di partecipazione diretta dal basso in un mondo in cui gli inter

essi dei lavoratori, dei disoccupati, degli studenti vengono quotidianamente calpestati da chi dovrebbe tutelarli.

DOMENICA 30 AGOSTO CI VEDIAMO NEL BOSCO 🍃🌳Il 30 agosto ci trovate a BOSCO DIO! all’Oasi Diecimare.Noi saliamo con il ban...
26/08/2026

DOMENICA 30 AGOSTO CI VEDIAMO NEL BOSCO 🍃🌳

Il 30 agosto ci trovate a BOSCO DIO! all’Oasi Diecimare.
Noi saliamo con il banchetto, un bel po’ di cose da leggere, altre da discutere e la consueta scarsa propensione a lasciare il mondo esattamente come l’abbiamo trovato.

Siamo partner cavesi di Claim Rivista, indipendente, gratuita e senza pubblicità. E al nostro banchetto troverete anche le copie dell'ultimo numero “IL SUD NON STA SOTTO”. Una rivendicazione che, considerata la latitudine e il posto in cui saremo, ci sembrava difficile lasciare a casa. Del resto, certe cose non serve nemmeno dirle, si portano cucite addosso insieme alle storie di chi è venuto prima.

Passate a prenderne una, è gratis! Le conseguenze della lettura, invece, sono affari vostri.

📍 Oasi Diecimare
🗓 30 agosto, dalle 17.00

A fine Luglio la maggioranza Meloni ha approvato le nuove “preintese”con Piemonte, Liguria, Veneto e Lombardia che torna...
23/08/2026

A fine Luglio la maggioranza Meloni ha approvato le nuove “preintese”con Piemonte, Liguria, Veneto e Lombardia che tornano a parlare di maggiore “autonomia” e trasferimento di poteri su materie chiave come la previdenza complementare, la tutela della salute e il coordinamento della finanza pubblica.

Più autonomia per chi? E soprattutto, a partire da quali disuguaglianze?

Il punto sull’autonomia differenziata non è solo stabilire quali funzioni possano passare dallo Stato alle Regioni ma capire cosa succede quando quel trasferimento avviene in un Paese in cui l’accesso ai servizi e le risorse disponibili sono già profondamente diseguali.

Perché se il punto di partenza è diverso, dare a tutti la stessa rincorsa non significa necessariamente arrivare più vicini.

In questo articolo Massimiliano Tresca ricostruisce numeri, passaggi normativi e nodi politici dell’autonomia differenziata mettendo sul tavolo un’altra idea di decentramento.

👇 L’articolo completo è su spaziopueblo.org!

Contro l’autonomia differenziata, per il decentramento popolare Premessa. Autonomia territoriale e uguaglianza sostanziale L’autonomia differenziata assume i divari territoriali esistenti come presupposto per attribuire ulteriori funzioni alle Regioni che dispongono di maggiore capacità fiscale...

Ci sono sedute di consiglio comunale destinate a dissolversi nella cronaca minuta e altre — come quella di oggi — che fi...
06/08/2026

Ci sono sedute di consiglio comunale destinate a dissolversi nella cronaca minuta e altre — come quella di oggi — che finiscono per mettere a n**o l'anima di una classe dirigente. Il caso Fariello non riguarda più soltanto l'eleggibilità di una consigliera: è diventato la cartina di tornasole dell'autonomia decisionale della nuova assise e del prezzo che la giunta Giordano ha scelto di far pagare alla città pur di non scontentare il Sottosegretario Cirielli.

La norma è di una chiarezza che non ammette circonvoluzioni. L'articolo 60 del Testo Unico degli Enti Locali stabilisce che i dipendenti di un Comune non sono eleggibili nel consiglio dello stesso ente. Non è un cavillo, non è un puntiglio burocratico: è la traduzione di un principio elementare di igiene democratica, quello che traccia un confine netto tra chi esercita funzioni amministrative e chi è chiamato a rappresentare politicamente la comunità. L'ordinamento indica anche lo strumento per rimuovere quella causa ostativa prima della presentazione delle candidature: per una dipendente che intenda conservare il rapporto di lavoro, la via maestra è il collocamento in aspettativa non retribuita.

Sara Fariello non è stata collocata in aspettativa. Ha ricevuto un provvedimento di comando — dapprima presso la Segreteria del Viceministro degli Affari Esteri, On. Edmondo Cirielli, e successivamente presso il Commissariato straordinario per la ricostruzione di Ischia, presieduto dall'Avv. Marcello Feola. Il comando, però, non interrompe il rapporto di impiego con l'ente di appartenenza e dunque non rimuove la causa di ineleggibilità. È la norma a dirlo chiaramente. La giurisprudenza a ribadirlo, da decenni, senza incertezze.

Qui si innesta il tentativo di forzatura su cui la maggioranza ha scelto di arroccarsi. A sostegno della posizione dell'eleggibilità, nel consiglio comunale di oggi, la dott.ssa Matilde Milite, capogruppo di Fratelli d'Italia, ha invocato due argomenti: una pronuncia della Cassazione — la sentenza n. 12809 del 2004 — e un parere del Ministero dell'Interno del 17 febbraio 2009. Entrambi inconferenti. Ed è proprio qui che la difesa del seggio mostra la sua fragilità, tecnica prima ancora che politica.

Occorre, prima di tutto, intendersi sulla differenza tra due istituti. L'ineleggibilità colpisce situazioni che possono alterare la parità di condizioni nella competizione elettorale — come essere dipendente del Comune nel cui consiglio ci si candida — e deve essere rimossa prima del giorno fissato per la presentazione delle candidature. Se non lo è, l'elezione è viziata in radice e non ammette sanatorie tardive. L'incompatibilità, invece, riguarda l'impossibilità di cumulare due cariche o funzioni, non incide sulla validità dell'elezione e può essere sanata anche dopo, con la scelta dell'incarico che si intende conservare.

La sentenza n. 12809 del 2004 riguarda esattamente un caso di incompatibilità: l'eletto può rimuovere la causa ostativa anche in ritardo rispetto al termine fissato dalla legge, purché lo faccia prima che venga instaurato il giudizio di accertamento. Ma il caso Fariello non è un'incompatibilità: è una causa di ineleggibilità originaria, non rimossa entro il termine tassativo di presentazione delle candidature perché il comando — a differenza dell'aspettativa — non fa cessare la dipendenza dal Comune. Trasportare un principio pensato per l'incompatibilità sul terreno dell'ineleggibilità significa mescolare due categorie giuridiche che l'ordinamento tiene rigorosamente separate.

Quanto al parere del Ministero dell'Interno, la sua inconferenza è ancora più lampante — per una ragione che sconfina nell'imbarazzo. Il parere, richiesto proprio sul punto se un dipendente in comando possa candidarsi a Sindaco del Comune di appartenenza, risponde affermativamente ma a una condizione tassativa: che il dipendente «cessa dalle funzioni per dimissioni, trasferimento, revoca dell'incarico o del comando, collocamento in aspettativa non retribuita non oltre il giorno fissato per la presentazione delle candidature». Sono le testuali parole del Ministero, che cita l'art. 60, comma 3, del TUEL. In altre parole, il parere dice che il comando non basta: il dipendente comandato resta tale e deve comunque prendere l'aspettativa entro il termine di presentazione delle candidature. È l'esatto contrario di quanto la maggioranza pretende di leggervi. Un parere che, letto per intero, non sostiene la tesi della consigliera: la smonta.

E poi c'è il gesto — sarebbe generoso definirlo un ripensamento — con cui la vicenda si chiude in una farsa. Nella stessa giornata del 6 agosto, a poche ore dalla seduta del Consiglio chiamata a deliberare sulla sua posizione, la dott.ssa Fariello ha inoltrato al Comune una richiesta di collocamento in aspettativa non retribuita «per tutta la durata del mandato elettivo». Un atto tardivo due volte: innanzitutto perché l'art. 60, comma 3, del TUEL fissa il termine di presentazione delle candidature come spartiacque invalicabile — e quel termine è scaduto da mesi. In secondo luogo perché il procedimento di contestazione ex art. 69 è già stato avviato, notificato, discusso. Non solo: la richiesta è formulata «per spirito meramente prudenziale», a riprova che la stessa interessata non la considera giuridicamente necessaria, e al momento del voto non risulta ancora accolta. È un foglio di carta che non ha prodotto — né può produrre — alcun effetto sanante. Eppure, con questo fragile scudo in mano, la maggioranza è andata in aula e ha votato per salvare il seggio. Come se la legge elettorale si accontentasse di un gesto, purché compiuto prima del dibattito. Non si accontenta. La causa di ineleggibilità originaria si sana prima, non dopo. E di certo non con una PEC.

La maggioranza, anziché piegarsi al rispetto delle norme elettorali nell'interesse della città, ha preferito forzare le maglie dell'art. 60 del TUEL pur di conservare il seggio alla dott.ssa Fariello, abbracciando una tesi che compromette la credibilità e l'autorevolezza dell'intero consiglio comunale. I consiglieri che hanno votato a favore hanno assunto una deliberazione della quale portano la responsabilità politica e, qualora ne derivassero un danno concreto o un contenzioso per l'ente, le eventuali conseguenze previste dall'ordinamento. Ogni mano alzata ha un nome e un cognome.

C'è poi un paradosso che questa maggioranza conosce bene. Il Governo sostenuto dalla sua stessa area politica ha abrogato il reato di abuso d'ufficio, ridisegnando il perimetro della responsabilità penale. Ma la responsabilità politica non si abroga per decreto: sopravvive alla riforma dei codici e si misura nel giudizio dei cittadini.

Il voto di oggi ha chiarito ciò che la retorica della campagna elettorale provava a nascondere: quando l'autonomia del Consiglio entra in rotta di collisione con la disciplina di partito, questa maggioranza sceglie la seconda. Il seggio viene prima, la credibilità delle istituzioni dopo. Cava, come sempre, può attendere.

È il primo, fragoroso tonfo della giunta Giordano. I cavesi hanno eletto un'amministrazione perché si occupasse di servizi, di fragilità sociali, di mobilità, di lavoro, di opportunità — non perché consumasse il proprio capitale politico inaugurale nella difesa di un seggio viziato.

La messa è stata celebrata. Sull'altare, l'autonomia del Consiglio. Il conto, ancora una volta, ai cavesi.

ADDIO A FRANCESCO GUCCINI, LA “PECORA NERA” DELLA CANZONE ITALIANAFrancesco Guccini se ne è andato, e una luce che illum...
06/08/2026

ADDIO A FRANCESCO GUCCINI, LA “PECORA NERA” DELLA CANZONE ITALIANA

Francesco Guccini se ne è andato, e una luce che illuminava i nostri passi si è spenta. Il Maestrone negli anni ha saputo raccontare il Novecento, le sue contraddizioni sociali, incarnando alla perfezione la figura del menestrello capace di raccontare storie indimenticabili.

Tra i pochi a essere capaci di trattare con onestà le tematiche dell'amore, ribaltando completamente il concetto di canzonetta disimpegnata e rassicurante del post boom economico. Assieme a lui abbiamo imparato ad amare e ad accettare la non linearità delle nostre esistenze con canzoni come "Vedi cara", "Eskimo", "Quattro stracci", "Canzone quasi d'amore", "Farewell", tra le altre. Abbiamo imparato che le relazioni sono una scuola, che ci formano umanamente nel privato e nel collettivo, e che ci possono portare alla piena realizzazione dell'essere, come cantato in "Vorrei". Allo stesso tempo, ci ha insegnato come l'amore, quello vero, quello più puro, possa realizzarsi in un attimo, in uno sguardo, sognando di scappare via, come in "Autogrill". Ci ha raccontato la caducità del tempo e di come sia insensato perdere il tempo tra convenzioni e consumismo, tra drammi familiari e illusioni, come cantato in "Un altro giorno è andato", "Il compleanno", "Il vecchio e il bambino", "Incontro", "Canzone delle osterie di fuori porta", "Il pensionato", tra le tante. Ci ha parlato del Che e del suo sogno di costruire un mondo migliore ("Canzone per il Che", "Stagioni"), di Silvia Baraldini ("Canzone per Silvia"), dei fatti del G8 di Genova ("Piazza Alimonda"), della Resistenza ("Su in collina", "Quel giorno d'Aprile"), di come bisogna essere coerenti con le proprie idee e di come bisogna difenderle, a costo dell'impopolarità ("L'Avvelenata", "Canzone di Notte n°2", "Via Paolo Fabbri 43"), sempre con estrema lucidità e onesta intellettuale. Negli ultimi anni ci ha regalato due dischi, "Canzoni da intorto" e "Canzoni da osteria", le sue ultime fatiche da cantante che ci hanno restituito uno spaccato delle sue serate nelle osterie bolognesi, circondato da colleghi illustri e musicanti di passaggio, vino e cibo buono, tanto, a ti**re fino al mattino perché così ci va, come ennesimo tentativo di ribellione di strappare al tempo che passa la libertà. Oltre all'attività di cantautore, Guccini ha saputo affiancare quella di scrittore, con circa 30 libri pubblicati, alcuni in collaborazione con Loriano Macchiavelli, nei quali, con nostalgia, compassione e spirito critico, ha saputo descrivere il suo appennino tosco-emiliano, il dialetto, i suoi personaggi, la sua Pavana dove ha trascorso l'infanzia e si era rifugiato definitivamente, scappando dal caos cittadino di Bologna.

Scriverne è molto complicato, sia perché riassumere la sua esistenza in un articolo è impossibile, sia perché parlarne senza distacco è per noi un'impresa ardua.
L'unica cosa certa è che l'Italia intera perde uno dei suoi più grandi cantautori, scrittori e intellettuali che ha avuto nella sua storia recente. Un riferimento per intere generazioni. Ineluttabilmente, oggi siamo tutti più soli.

Le immagini di Ceuta stanno facendo il giro d'Europa.Migliaia di persone attraversano il confine tra il Marocco e l'encl...
03/08/2026

Le immagini di Ceuta stanno facendo il giro d'Europa.
Migliaia di persone attraversano il confine tra il Marocco e l'enclave sp****la. Ci sono morti, dispersi, respingimenti. E, come sempre, c'è già chi parla di "invasione".

Ceuta insieme a Melilla rappresenta una delle ultime eredità della storia coloniale europea nel continente africano. Uno snodo geopolitico dove, da anni, il controllo dei flussi migratori viene usato come strumento di pressione nei rapporti diplomatici tra Marocco e Spagna, sullo sfondo della questione del Sahara Occidentale.

La destra ha imposto il terreno del dibattito e buona parte della sinistra ha finito per inseguirlo rimuovendo la domanda decisiva dal dibattito.
Come dovrebbe entrare legalmente in Italia un ragazzo nato in Senegal, in Burkina Faso o in Mali che vuole semplicemente lavorare?

Per chi è nato nel buon Vecchio Continente, è una domanda quasi assurda. Siamo abituati a pensare che, se vogliamo lavorare in un altro Paese, possiamo richiedere un visto, trasferirci, cercare un lavoro e, se lo troviamo, costruire lì la nostra vita. Per milioni di persone nate in gran parte dell'Africa, questa possibilità semplicemente non esiste.
È da qui che nasce il grande equivoco del dibattito italiano.

Immaginiamo un giovane senegalese di vent’anni. Vuole ve**re in Italia a lavorare (non a nascondersi né a delinquere) a lavorare. Può prendere un aereo, richiedere un visto, arrivare nel nostro Paese, cercare un impiego e, se lo trova, restare?

Nella quasi totalità dei casi, no. La ragione si chiama Bossi-Fini.
La legge italiana che disciplina l'ingresso per motivi di lavoro in Italia non permette, nella pratica, a un cittadino proveniente da gran parte dei Paesi extraeuropei di entrare nel nostro Paese per cercare un'occupazione.

Può entrare per lavorare solo se un datore di lavoro italiano lo ha già assunto dall'estero attraverso le procedure previste dai decreti flussi, cioè prima ancora che quella persona metta piede in Italia.
È una possibilità eccezionale, non la normalità e il risultato disastroso è sotto gli occhi di tutti. Chi non riesce ad accedere a questo percorso, ma decide comunque di partire, non trova una seconda via regolare.

Per chi vuole semplicemente lavorare esiste un vero e proprio vuoto normativo. Non c'è un canale ordinario, accessibile e realmente praticabile che consenta di entrare legalmente in Italia per cercare un'occupazione di conseguenza molte persone finiscono per rivolgersi al sistema della protezione internazionale. Uno strumento nato per tutelare chi fugge da guerre e persecuzioni, non per regolare l'immigrazione economica.

A complicare ulteriormente il quadro c'è il Regolamento Dublino III, che attribuisce al primo Paese d'ingresso la responsabilità dell'esame della domanda d'asilo. In questo modo, chi arriva in Italia non può scegliere liberamente di trasferirsi in un altro Paese europeo dove magari ha familiari, una rete di sostegno o concrete opportunità di lavoro. Il risultato è un sistema che concentra migliaia di persone nel primo Paese di approdo e finisce per trasformare una questione amministrativa in un'emergenza permanente alimentando confusione, lunghe attese e tensioni che poi vengono puntualmente trasformate in propaganda.

Negli ultimi vent'anni l'Europa ha investito miliardi nel rafforzamento delle frontiere. Frontex è cresciuta fino a diventare una delle agenzie europee con il bilancio più alto. Abbiamo costruito muri, moltiplicato i pattugliamenti, esternalizzato il controllo delle frontiere a Paesi terzi.
Quello che non abbiamo costruito sono canali regolari per entrare legalmente. Così accade qualcosa di paradossale: prima rendi quasi impossibile entrare, poi chiami "clandestino" chi non ha avuto una strada legale per farlo. Infine usi quella stessa clandestinità per dimostrare che servono ancora più muri, ancora più controlli, ancora più repressione.

È il cortocircuito perfetto.
Lo Stato produce esattamente ciò che dice di voler combattere.
Tuttavia le persone continuano ad arrivare perché nessuna legge fermerà chi fugge dalla guerra, dalla fame, dall'assenza di qualsiasi prospettiva dignitosa di vita.
Una volta qui? Lavorano.
Quelle persone lavorano accettando salari da fame. Raccolgono il cibo che arriva sulle nostre tavole. Assistono anziani e persone non autosufficienti. Mandano avanti interi settori dell'economia italiana dalla logistica all'agricoltura, dall'edilizia alla ristorazione.
Una parte di loro resta intrappolata nell'irregolarità, una condizione che li rende più ricattabili, meno liberi di rivendicare i propri diritti e più esposti allo sfruttamento.

Chi governa preferisce che una parte di loro rimanga invisibile.
Perché una persona senza documenti è più ricattabile, ha meno strumenti per rivendicare i propri diritti e denunciare. L'irregolarità non è soltanto il fallimento delle politiche migratorie; per molti aspetti, è uno degli ingranaggi attraverso cui questo modello economico continua a funzionare.

Lo stesso Stato che ha reso quasi impossibile un ingresso regolare è costretto, ogni anno, ad emanare nuovi decreti flussi per regolarizzare una parte di quelle persone che nel frattempo vivono e lavorano già nel nostro Paese che restano sospese in una condizione di precarietà giuridica costruita dalla legge stessa.

È come provare a svuotare il mare con un secchio dopo aver aperto la diga.

È un gioco truccato.
Perché se una strada legale, accessibile e realmente praticabile non esiste, continuare a parlare di "illegalità" significa confondere deliberatamente le conseguenze con le cause.

Ceuta è soltanto un assaggio di ciò che ci riserva il futuro. Nei prossimi decenni il mondo dovrà fare i conti con migrazioni molto più intense, alimentate dalla devastazione ambientale, dalle guerre, dalle disuguaglianze economiche. Pensare di affrontare tutto questo costruendo muri sempre più alti significa ignorare la realtà. Nessuna barriera fermerà chi non ha più nulla da perdere.

Servono leggi serie fatte di procedure trasparenti, diritti e doveri chiari ma anche il coraggio di guardare le cause cosa che l'Europa intera continua ad ignorare.
Le migrazioni sono anche il risultato di secoli di colonialismo, sfruttamento e drenaggio delle risorse dalle periferie al centro, di confini tracciati a tavolino con matite e squadrette, di rapporti economici profondamente diseguali e, oggi, di nuove forme di dipendenza che continuano ad impedire a molti Paesi del Sud globale di costruire il proprio futuro.

Per questo la vera sfida non è solo governare chi parte ma creare le condizioni affinché partire torni ad essere una scelta e non un obbligo imposto da guerre e devastazione.

Parlare seriamente di decolonizzazione nel 2026 significa restituire ai Paesi del Sud globale la possibilità di valorizzare le proprie risorse, costruire infrastrutture adeguate, rafforzare istituzioni, sviluppare economie capaci di garantire diritti, lavoro e prospettive.

Solo in uno scenario del genere i flussi migratori potranno diventare realmente governabili perché nessuna politica di frontiera sarà mai sufficiente se continua a interve**re sugli effetti senza affrontarne le cause.

Allo stesso modo, nessuna politica migratoria sarà credibile finché continuerà a produrre irregolarità per poi trasformarla in emergenza invasione.

Abolire la Bossi-Fini perché un Paese che vuole dirsi tale non ha interesse a produrre persone invisibili ma a sapere chi entra, perché entra, dove lavora e a quali condizioni vive, l’esatto contrario di ciò che accade oggi. Per una legge seria che permetta a chi entra di vivere dignitosamente, lavorare regolarmente e conoscere con chiarezza diritti, doveri e condizioni della propria permanenza.

Le persone continueranno a muoversi. Possiamo decidere di governare questo tempo con regole giuste oppure continuare ad alimentare paura, sfruttamento e propaganda. È questa, oggi, la vera scelta politica.

A tre anni dal cosiddetto “Decreto Caivano”, il Governo torna a colpire l’impianto della giustizia minorile, in linea co...
27/07/2026

A tre anni dal cosiddetto “Decreto Caivano”, il Governo torna a colpire l’impianto della giustizia minorile, in linea con un percorso di progressiva trasformazione dello stesso in un sistema volto sempre più alla risposta sanzionatoria punitiva – e criminogena – da parte dello Stato, snaturando così il sistema minorile italiano, allontanandolo dalla sua originaria funzione educativa e riabilitativa della devianza minorile.

Questa volta il Governo interviene sull’art. 98 del codice penale, presentando un disegno di legge che introduce una presunzione di imputabilità per i soggetti che abbiano compiuto il quattordicesimo anno di età.

Nel diritto penale, l’imputabilità configura un presupposto per la punibilità di un soggetto che abbia commesso un reato e corrisponde alla valutazione sull’effettiva capacità, in capo al soggetto agente, di comprendere il disvalore sociale della condotta antigiuridica posta in essere.

L’imputabilità del minore è un tema che non può essere affrontato con gli stessi criteri utilizzati per gli adulti. Chi si avvicina al diritto penale minorile scopre presto che dietro ogni procedimento c’è quasi sempre una storia complessa, fatta di fragilità, contesti difficili, percorsi educativi e di crescita interrotti: le condotte del minore autore di reato non sono quasi mai il frutto di una volontà criminale strutturata, ma l’esito di un percorso di crescita segnato negativamente da influenze esterne.

La letteratura di settore evidenzia perfettamente tale circostanza: solo il 24% della devianza minorile ha una matrice patologica, mentre il restante 76% deriva da fattori sociologici e psicologici. Da ciò si evince che la grande maggioranza dei comportamenti devianti nasce dal contesto, non da una predisposizione individuale.

Il sistema penale minorile italiano, almeno nella sua impostazione originaria, ha recepito questa consapevolezza. Gli articoli 97 e 98 del codice penale distinguono tra minori infra-quattordicenni, considerati non imputabili, e minori tra i quattordici e i diciotto anni, per i quali è necessario un accertamento individuale dell’imputabilità.

Il giudice non deve solo valutare il fatto, ma comprendere la personalità del soggetto, il suo percorso di vita, le influenze che hanno determinato il comportamento. Il d.P.R. 448/1988 ha poi ridisegnato il processo minorile, contribuendo alla costruzione di un modello virtuoso, introducendo strumenti flessibili e orientati alla rieducazione come l’istituto della messa alla prova, la sospensione del processo, il ricorso alla mediazione penale e alla giustizia riparativa. Tutti istituti che hanno l’obiettivo di favorire la rapida fuoriuscita del minore dal circuito penale e il suo reinserimento sociale.

Sotto i colpi di questo Governo, connotati dal solito approccio propagandistico-emergenziale che ne caratterizza tutti gli interventi normativi, si è assistito a un progressivo irrigidimento della risposta penale nel sistema minorile, con riforme come che puntano ad ampliare la dimensione repressiva.

Questo approccio, che mira a punire un adolescente come un adulto, è profondamente fallimentare: da un punto di vista politico-criminale, infatti, esso rischia di produrre un effetto criminogeno. La teoria dell’etichettamento, elaborata dalla scuola sociologica di Chicago, lo dimostra: definire un adolescente “delinquente” aumenta la probabilità che continui a esserlo. La detenzione minorile interrompe i percorsi educativi, rafforza l’identificazione con modelli devianti, crea stigma sociale. È una risposta che non previene la recidiva, ma la alimenta.

Incentivare la detenzione minorile non inquadrandola più come extrema ratio, inasprire le pene e, da ultimo, prevedere una presunzione di imputabilità per gli infra-diciottenni non considerando le specificità psicologiche di tale fascia d’età, si pone in contrasto con i principi costituzionali e le indicazioni internazionali, che da sempre spingono verso modelli educativi e di reinserimento.

Per tali ragioni, è necessario difendere l’originario approccio educativo del sistema minorile. Non si tratta di “giustificare” il reato, ma di comprendere il minore per recuperarlo. La tutela della collettività passa necessariamente attraverso la crescita e l’educazione del minore, non attraverso la sua punizione: un sistema che accompagna, sostiene e responsabilizza è molto più efficace di un sistema che reprime.

Lo dimostrano i dati, lo confermano le scienze sociali, lo impone la Costituzione.

C’è un riflesso condizionato che accomuna i palazzi del potere a ogni latitudine: quando le disuguaglianze diventano ins...
24/07/2026

C’è un riflesso condizionato che accomuna i palazzi del potere a ogni latitudine: quando le disuguaglianze diventano insostenibili e la rabbia sociale sale, la colpa non è mai di chi governa.

La tendenza di una certa politica è sempre quella di scaricare le responsabilità su chi subisce le storture di un sistema politico ed economico, piuttosto che ammettere la propria ignavia e il proprio disinteresse a migliorare le cose. Scaricare problemi strutturali dell'economia e dell'occupazione sulle spalle dei giovani, colpevolizzandoli o sminuendoli, è una prassi che non conosce confini né nazioni: così, i giovani italiani definiti “choosy” nel 2012 diventano oggi gli “scarafaggi” e i “parassiti” in India.

L’iter è sempre lo stesso: colpevolizzare per provare a neutralizzare. Ma, per fortuna, le strade sono tornate a riempirsi di chi non accetta più queste etichette e, con orgoglio, decide di appropriarsi del nomignolo per farne un grido di lotta.

Ricordiamo tutti quando, nell'ottobre del 2012, l'allora Ministra del Lavoro Elsa Fornero, parlando dell'ingresso dei giovani nel mondo del lavoro, disse: “I giovani non devono essere troppo choosy [schizzinosi]. Meglio prendere la prima offerta e poi da dentro guardarsi intorno, non aspettare il posto ideale”. La frase scatenò un'enorme polemica, suscitando l'indignazione di tantissimi ragazzi e ragazze che già affrontavano un mercato segnato da profonda precarietà e stipendi da fame.

Oggi, a distanza di anni e migliaia di chilometri, la storia si ripete con toni ancora più brutali. Poco più di un mese fa, il Presidente della Corte Suprema indiana, Surya Kant, ha definito “scarafaggi” i giovani disoccupati che avevano iniziato a fare attivismo online per denunciare la disastrosa situazione lavorativa del Paese.

La risposta dei ragazzi non si è fatta attendere: un giovane attivista, il 30enne Abhijeet Dipke, ha preso quell'insulto e lo ha ribaltato, creando per gioco il Cockroach Janata Party (un chiaro verso al Bharatiya Janata Party del Primo Ministro Narendra Modi). Quello che era nato quasi come uno scherzo ha raccolto in poco tempo oltre 25 milioni di follower, diventando il simbolo di una resistenza giovanile che si rifiuta di essere umiliata.

E quando il PM Modi ha tentato di rincorrere il dissenso scrivendo su X che “Niente è più importante del benessere e del futuro dei nostri giovani”, Dipke ha risposto con l'ironia tagliente della sua generazione, pubblicando un meme del contestatissimo Ministro dell'Istruzione Dharmendra Pradhan, di cui si chiedono le dimissioni, con la didascalia: “Ciao, mi chiamo Niente”.

Ma la rabbia indiana non nasce dal nulla. Il casus belli di queste ultime settimane è la scoperta di brogli e alterazioni legati al concorso pubblico nazionale per l'accesso alle facoltà di medicina della primavera 2026. Parliamo di 2 milioni di studenti e studentesse che si preparavano a quel test.

Nello scenario indiano, l’accesso alla preparazione per un concorso pubblico non è per niente scontato e non è cosa da poco: per milioni di famiglie della classe operaia e contadina, infatti, significa anni di risparmi, debiti, terreni venduti e sacrifici immensi per pagare i corsi di preparazione privati. Quando il test viene truccato o annullato per la corruzione della politica, il fragile piano di vita di un'intera famiglia va in frantumi. Non a caso, dopo la notizia dell'annullamento si sono registrati quasi venti suicidi tra i candidati: un dato drammatico che mostra quanta disperazione si nasconda dietro questa macchina d'esame.

Il 20 luglio, la protesta è esplosa: migliaia di giovani hanno tentato di marciare da Jantar Mantar — luogo storico di ritrovo a Delhi — verso il Parlamento. La risposta del governo Modi, al suo dodicesimo anno di potere sempre più autocratico, è stata spietata: barricate, gas lacrimogeni, manganellate, l'oscuramento della rete internet per mezza giornata in una metropoli da 30 milioni di abitanti e stazioni della metropolitana chiuse. I feriti negli scontri sono stati quasi 200. Se, come ricorda il giornalista Matteo Miavaldi in un recente articolo sul Il Manifesto, di solito la violenza di Stato colpisce i contadini, le opposizioni, le minoranze musulmane o le persone dalit massacrate dalle squadracce di casta, stavolta la repressione si è accanita contro la “meglio gioventù”, come definita dal giornalista: coloro che studiano nella speranza di riscattare un giorno gli immensi sacrifici della propria famiglia d’origine.

A rafforzare la determinazione della piazza si è unito anche il noto attivista per il clima Sonam Wangchuk, originario del Ladakh, che aveva intrapreso uno sciopero della fame in segno di solidarietà con le richieste degli studenti. Un'azione di protesta non violenta, un vero e proprio “Satyagraha”, durata ben 20 giorni prima che le forze dell'ordine decidessero di interromperla con la forza, prelevandolo e ricoverandolo in ospedale per soffocare il simbolo della mobilitazione. Ma nemmeno la repressione, gli idranti e le cariche della polizia sono riusciti a fermare la piazza, ormai rafforzata anche dall'arrivo di volti noti di Bollywood e dai vertici dell'opposizione parlamentare — come Rahul Gandhi dell’Indian National Congress, portato via di peso e caricato sulle camionette dagli agenti.

Ciò che sta accadendo in India non è un evento isolato. S'inserisce in un'ondata di mobilitazioni che negli ultimi anni ha visto la Generazione Z protagonista nelle strade del Nepal, in Bangladesh (dove i giovani sono riusciti a deporre il governo di Sheikh Hasina in nome della democrazia), fino alla Cina con il movimento del “Tangping” ("stare sdraiati"), rifiuto simbolico della corsa sfrenata al successo economico e al PIL.

A questa generazione è stato ripetutamente detto di essere eccessiva, ingrata e personalmente responsabile dei propri fallimenti. È stato detto loro di studiare, laurearsi, acquisire competenze, essere competitivi e farsi "imprenditori di sé stessi". Ma alla fine di questo percorso estenuante, il lavoro promesso semplicemente non esiste, oppure si traduce in stage non retribuiti, contratti a termine o lavoretti della gig economy.

Come analizza efficacemente lo storico e giornalista indiano Vijay Prashad, occorre però fare attenzione a come leggiamo questi eventi:
“Il termine 'Generazione Z' spiega molto meno di quanto sembri. È una categoria di marketing mascherata da sociologia. Accomuna la figlia di un bracciante agricolo e il figlio di un miliardario semplicemente perché sono nati nello stesso arco di anni. Le generazioni non si sottopongono a esami, non cercano lavoro, non consegnano cibo a domicilio né si indebitano per pagare i corsi di preparazione, ma le classi sociali sì. La questione cruciale non è quando questi giovani siano nati, ma quale tipo di ordine economico abbiano ereditato e quale posto tale ordine abbia riservato loro.”

In India, l'ultima indagine sulla forza lavoro rileva una disoccupazione giovanile urbana al 13,6%, con un quarto dei giovani tra i 15 e i 29 anni che non studia e non lavora. Solo il 23,6% dei lavoratori ha un impiego regolare a stipendio fisso, mentre oltre il 56% è bloccato nel settore informale. Numeri che, fatte le dovute proporzioni, ricordano tristemente la precarietà strutturale con cui facciamo i conti anche in Italia e in Europa.

I giovani indiani si ribellano perché il capitalismo globale non è in grado di integrarli in una vita economica dignitosa. L'istruzione ha ampliato le loro aspirazioni, ma il modello economico fondato sulla finanza, sulle privatizzazioni e sull'arricchimento di piccole élite non ha creato posti di lavoro dignitosi. Anzi, ha trasformato l'ansia giovanile in una merce immensamente redditizia, fatta di master, corsi di preparazione e concorsi-lotteria in cui le persone pagano per vedere poi il proprio tempo rubato.

Ciò che danneggia l'India — e il resto del mondo — è un ordine sociale in cui i giovani sono utili solo come consumatori, generatori di dati, fattorini o elettori, ma mai accolti come lavoratori con diritti e cittadini con voce. Per questo motivo, la rabbia di questi giorni appare generazionale nell'aspetto, ma è profondamente di classe nel contenuto, come sottolinea lo stesso Prashad.

La forza di questo movimento dipenderà dalla capacità di saldare le richieste sugli esami con le lotte per il lavoro stabile, la scuola pubblica e i diritti sociali, unendosi ai lavoratori a contratto, ai rider, agli apprendisti e ai braccianti.

I governanti possono anche reprimere le piazze con i lacrimogeni, barricarsi nei palazzi e liquidare chi protesta come “schizzinoso”, “parassita” o “scarafaggio”. Ma calpestando le speranze dei giovani dimentica una regola della storia: dalla precarietà nasce la coscienza, e da quella coscienza la spinta per rifare il mondo.

Un contributo di Lisa Venditti

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