24/07/2026
C’è un riflesso condizionato che accomuna i palazzi del potere a ogni latitudine: quando le disuguaglianze diventano insostenibili e la rabbia sociale sale, la colpa non è mai di chi governa.
La tendenza di una certa politica è sempre quella di scaricare le responsabilità su chi subisce le storture di un sistema politico ed economico, piuttosto che ammettere la propria ignavia e il proprio disinteresse a migliorare le cose. Scaricare problemi strutturali dell'economia e dell'occupazione sulle spalle dei giovani, colpevolizzandoli o sminuendoli, è una prassi che non conosce confini né nazioni: così, i giovani italiani definiti “choosy” nel 2012 diventano oggi gli “scarafaggi” e i “parassiti” in India.
L’iter è sempre lo stesso: colpevolizzare per provare a neutralizzare. Ma, per fortuna, le strade sono tornate a riempirsi di chi non accetta più queste etichette e, con orgoglio, decide di appropriarsi del nomignolo per farne un grido di lotta.
Ricordiamo tutti quando, nell'ottobre del 2012, l'allora Ministra del Lavoro Elsa Fornero, parlando dell'ingresso dei giovani nel mondo del lavoro, disse: “I giovani non devono essere troppo choosy [schizzinosi]. Meglio prendere la prima offerta e poi da dentro guardarsi intorno, non aspettare il posto ideale”. La frase scatenò un'enorme polemica, suscitando l'indignazione di tantissimi ragazzi e ragazze che già affrontavano un mercato segnato da profonda precarietà e stipendi da fame.
Oggi, a distanza di anni e migliaia di chilometri, la storia si ripete con toni ancora più brutali. Poco più di un mese fa, il Presidente della Corte Suprema indiana, Surya Kant, ha definito “scarafaggi” i giovani disoccupati che avevano iniziato a fare attivismo online per denunciare la disastrosa situazione lavorativa del Paese.
La risposta dei ragazzi non si è fatta attendere: un giovane attivista, il 30enne Abhijeet Dipke, ha preso quell'insulto e lo ha ribaltato, creando per gioco il Cockroach Janata Party (un chiaro verso al Bharatiya Janata Party del Primo Ministro Narendra Modi). Quello che era nato quasi come uno scherzo ha raccolto in poco tempo oltre 25 milioni di follower, diventando il simbolo di una resistenza giovanile che si rifiuta di essere umiliata.
E quando il PM Modi ha tentato di rincorrere il dissenso scrivendo su X che “Niente è più importante del benessere e del futuro dei nostri giovani”, Dipke ha risposto con l'ironia tagliente della sua generazione, pubblicando un meme del contestatissimo Ministro dell'Istruzione Dharmendra Pradhan, di cui si chiedono le dimissioni, con la didascalia: “Ciao, mi chiamo Niente”.
Ma la rabbia indiana non nasce dal nulla. Il casus belli di queste ultime settimane è la scoperta di brogli e alterazioni legati al concorso pubblico nazionale per l'accesso alle facoltà di medicina della primavera 2026. Parliamo di 2 milioni di studenti e studentesse che si preparavano a quel test.
Nello scenario indiano, l’accesso alla preparazione per un concorso pubblico non è per niente scontato e non è cosa da poco: per milioni di famiglie della classe operaia e contadina, infatti, significa anni di risparmi, debiti, terreni venduti e sacrifici immensi per pagare i corsi di preparazione privati. Quando il test viene truccato o annullato per la corruzione della politica, il fragile piano di vita di un'intera famiglia va in frantumi. Non a caso, dopo la notizia dell'annullamento si sono registrati quasi venti suicidi tra i candidati: un dato drammatico che mostra quanta disperazione si nasconda dietro questa macchina d'esame.
Il 20 luglio, la protesta è esplosa: migliaia di giovani hanno tentato di marciare da Jantar Mantar — luogo storico di ritrovo a Delhi — verso il Parlamento. La risposta del governo Modi, al suo dodicesimo anno di potere sempre più autocratico, è stata spietata: barricate, gas lacrimogeni, manganellate, l'oscuramento della rete internet per mezza giornata in una metropoli da 30 milioni di abitanti e stazioni della metropolitana chiuse. I feriti negli scontri sono stati quasi 200. Se, come ricorda il giornalista Matteo Miavaldi in un recente articolo sul Il Manifesto, di solito la violenza di Stato colpisce i contadini, le opposizioni, le minoranze musulmane o le persone dalit massacrate dalle squadracce di casta, stavolta la repressione si è accanita contro la “meglio gioventù”, come definita dal giornalista: coloro che studiano nella speranza di riscattare un giorno gli immensi sacrifici della propria famiglia d’origine.
A rafforzare la determinazione della piazza si è unito anche il noto attivista per il clima Sonam Wangchuk, originario del Ladakh, che aveva intrapreso uno sciopero della fame in segno di solidarietà con le richieste degli studenti. Un'azione di protesta non violenta, un vero e proprio “Satyagraha”, durata ben 20 giorni prima che le forze dell'ordine decidessero di interromperla con la forza, prelevandolo e ricoverandolo in ospedale per soffocare il simbolo della mobilitazione. Ma nemmeno la repressione, gli idranti e le cariche della polizia sono riusciti a fermare la piazza, ormai rafforzata anche dall'arrivo di volti noti di Bollywood e dai vertici dell'opposizione parlamentare — come Rahul Gandhi dell’Indian National Congress, portato via di peso e caricato sulle camionette dagli agenti.
Ciò che sta accadendo in India non è un evento isolato. S'inserisce in un'ondata di mobilitazioni che negli ultimi anni ha visto la Generazione Z protagonista nelle strade del Nepal, in Bangladesh (dove i giovani sono riusciti a deporre il governo di Sheikh Hasina in nome della democrazia), fino alla Cina con il movimento del “Tangping” ("stare sdraiati"), rifiuto simbolico della corsa sfrenata al successo economico e al PIL.
A questa generazione è stato ripetutamente detto di essere eccessiva, ingrata e personalmente responsabile dei propri fallimenti. È stato detto loro di studiare, laurearsi, acquisire competenze, essere competitivi e farsi "imprenditori di sé stessi". Ma alla fine di questo percorso estenuante, il lavoro promesso semplicemente non esiste, oppure si traduce in stage non retribuiti, contratti a termine o lavoretti della gig economy.
Come analizza efficacemente lo storico e giornalista indiano Vijay Prashad, occorre però fare attenzione a come leggiamo questi eventi:
“Il termine 'Generazione Z' spiega molto meno di quanto sembri. È una categoria di marketing mascherata da sociologia. Accomuna la figlia di un bracciante agricolo e il figlio di un miliardario semplicemente perché sono nati nello stesso arco di anni. Le generazioni non si sottopongono a esami, non cercano lavoro, non consegnano cibo a domicilio né si indebitano per pagare i corsi di preparazione, ma le classi sociali sì. La questione cruciale non è quando questi giovani siano nati, ma quale tipo di ordine economico abbiano ereditato e quale posto tale ordine abbia riservato loro.”
In India, l'ultima indagine sulla forza lavoro rileva una disoccupazione giovanile urbana al 13,6%, con un quarto dei giovani tra i 15 e i 29 anni che non studia e non lavora. Solo il 23,6% dei lavoratori ha un impiego regolare a stipendio fisso, mentre oltre il 56% è bloccato nel settore informale. Numeri che, fatte le dovute proporzioni, ricordano tristemente la precarietà strutturale con cui facciamo i conti anche in Italia e in Europa.
I giovani indiani si ribellano perché il capitalismo globale non è in grado di integrarli in una vita economica dignitosa. L'istruzione ha ampliato le loro aspirazioni, ma il modello economico fondato sulla finanza, sulle privatizzazioni e sull'arricchimento di piccole élite non ha creato posti di lavoro dignitosi. Anzi, ha trasformato l'ansia giovanile in una merce immensamente redditizia, fatta di master, corsi di preparazione e concorsi-lotteria in cui le persone pagano per vedere poi il proprio tempo rubato.
Ciò che danneggia l'India — e il resto del mondo — è un ordine sociale in cui i giovani sono utili solo come consumatori, generatori di dati, fattorini o elettori, ma mai accolti come lavoratori con diritti e cittadini con voce. Per questo motivo, la rabbia di questi giorni appare generazionale nell'aspetto, ma è profondamente di classe nel contenuto, come sottolinea lo stesso Prashad.
La forza di questo movimento dipenderà dalla capacità di saldare le richieste sugli esami con le lotte per il lavoro stabile, la scuola pubblica e i diritti sociali, unendosi ai lavoratori a contratto, ai rider, agli apprendisti e ai braccianti.
I governanti possono anche reprimere le piazze con i lacrimogeni, barricarsi nei palazzi e liquidare chi protesta come “schizzinoso”, “parassita” o “scarafaggio”. Ma calpestando le speranze dei giovani dimentica una regola della storia: dalla precarietà nasce la coscienza, e da quella coscienza la spinta per rifare il mondo.
Un contributo di Lisa Venditti