02/10/2026
"Non ce la facciamo più."
L'ha detto un uomo seduto sull'asfalto dello svincolo di Pizzo Calabro, il primo ottobre. Dietro di lui i trattori, davanti la polizia. I colleghi lo chiamano Antonio. Il video lo abbiamo visto tutti. Passata la compassione, resta una domanda: chi ce l'ha messo Antonio in mezzo alla carreggiata?
Antonio lavora la terra in Calabria. A fine settembre il gasolio costava in media 2,33 euro al litro e in un solo anno fare il pieno è diventato circa il 40% più caro. Quello che produce, invece, non gli viene pagato abbastanza da coprire quello che spende. In questa forbice può sparire una stagione intera e con lei il bilancio di una famiglia.
Questo prezzo non è una fatalità ma uno degli effetti concreti di un’economia di guerra che scarica verso il basso il costo delle crisi geopolitiche. Le tensioni con l’Iran, l’instabilità delle rotte attraverso lo Stretto di Hormuz, la corsa dei mercati finanziari che speculano sul terrore. Ad Antonio, nella sua terra in Calabria, nessuno ha chiesto cosa ne pensasse di questo conflitto globale. Non ha votato nessuna sanzione, non ha schierato nessuna nave. Quella guerra gliel'hanno messa direttamente sullo scontrino.
La stessa guerra, per qualcuno, è stata un ottimo affare. Nel primo semestre dell'anno Eni ha guadagnato 3,6 miliardi di euro, il 43% in più dell'anno precedente. Lo sa bene anche il ministro dell'Economia Giorgetti, che a settembre, davanti ai colleghi europei, ha detto: «Questi non sono profitti da un mercato normale». Bruxelles gli ha risposto che ogni Stato può tassarli per conto suo. Il governo, fin qui, non ha toccato un euro.
Ha preferito un'altra strada. Ha telefonato alle compagnie petrolifere per chiedere un gesto di buona volontà. È nato così il famoso tetto: diesel a 2,19 euro per un mese, in circa metà dei distributori. Nove euro risparmiati su un pieno e ci hanno pure chiesto di festeggiare.
Il tetto, però, vale solo alle pompe di benzina. Camion e trattori fanno rifornimento nell'extra-rete, dove lo sconto non arriva. Le persone sedute su quello svincolo sono esattamente quelle rimaste fuori. A chi chiedeva aiuto da giorni, il governo ha risposto con una misura che lo lascia a secco.
E non è tutto, c'è qualcosa di ancora più grave nel modo in cui ce la vendono. Se accettiamo che un diesel a 2,19 euro sia una buona notizia, abbiamo già accettato che la guerra la paghino le lavoratrici e i lavoratori, ogni mattina, al distributore, in bolletta e alla cassa del supermercato.
Quell'asfalto, in questo Paese, lo conosciamo bene. Per anni ci si sono seduti sopra i ragazzi e le ragazze di Ultima Generazione, a ribadire che un'economia attaccata al petrolio ci avrebbe resi ostaggio di ogni guerra e di ogni rincaro. Nei salotti televisivi li chiamavano ecovandali, e il governo ha finito per scrivere una legge pensata per loro: dal 2025 bloccare una strada con il proprio corpo è reato, e se lo si fa in gruppo si rischiano da sei mesi a due anni di carcere. La vergogna gliel'ha gettata addosso gente che di vergogna non ne ha mai provata.
Chiedevano cose diverse da Antonio, ma partivano dallo stesso punto: un Paese che dipende dal petrolio e che, quando il petrolio diventa un'arma, lascia il conto a chi sta in fondo. Oggi le telecamere inquadrano Antonio con pietà. Finché piange, fa notizia. Se domani tornasse su quella strada a pretendere, la legge scritta per quei ragazzi varrebbe anche per lui.
Seduto su quell’asfalto, Antonio pretendeva una giustizia elementare: quella di poter guardare negli occhi i propri figli e i propri nipoti sapendo che la fatica di una vita intera basta a garantire un futuro dignitoso. La stessa dignità che gli viene negata da una classe dirigente che decide il destino della terra e di centinaia di famiglie leggendo il prezzo del gasolio in una tabella. Gente che, per difendere il proprio pane, non dovrà mai sedersi su uno svincolo autostradale con le mani sulla faccia.
Lo Stato possiede un terzo di Eni, tra Ministero dell'Economia e Cassa Depositi e Prestiti. È il ministero a scegliere chi siede nel consiglio di amministrazione, e lo Stato incassa i dividendi di un'azienda che quest'anno, con la guerra, ha visto i profitti crescere del 43%. Il governo non è un passante che chiede un favore: è il padrone di casa. Ha preferito la parte di chi chiede per cortesia, perché così nessuno gli chiede conto di quello che non ha fatto.
Allora la domanda dell'inizio ha una risposta. Su quell'asfalto Antonio ce l'ha messo una scelta politica: far pagare la guerra a chi lavora e lasciare i profitti a chi li ha incassati. Quella scelta ha delle firme in calce e chi ha avuto il potere di scriverle, oggi ha l'obbligo di cancellarle.
La vergogna è loro. Le lacrime di Antonio, invece, appartengono a tutti noi che facciamo gli stessi conti ogni mattina. Possiamo lasciarle scorrere in un video o prenderle come la frase da cui si ricomincia.
Non ce la facciamo più, da soli.