15/04/2024
Qualcuno mi ha fatto notare che faccio poco per condividere pubblicamente le mie esperienze nel campo della terapia comunitaria delle psicosi.
A dire il vero ho sempre pensato il contrario e cioè di averlo fatto molto, per esempio nell'ambito delle comunità che seguo o dirigo, oppure nell'ambito della Scuola di Psicoterapia Istituzionale (da me fondata e diretta fino al 2023), o attraverso i libri e gli articoli che ho pubblicato...
Eppure, arrivato alla soglia dei sessant'anni (!), non di età, ma di ininterrotto e continuativo lavoro psichiatrico, devo ammettere che forse è vero.
Vero, non tanto come esempio del detto latino "paulo sepultae distat inertiae celata virtus" (cioè "fare cose buone e non renderle pubbliche mal si differenzia dal non fare niente"), quanto vero intrinsecamente, proprio perché, trattandosi di lavoro psichiatrico, la condivisione con l'ambiente è parte integrante di tutto quello che si fa col paziente.
Nel nostro campo, il non condividere configura quello che gli anglosassoni chiamano "un'anatra zoppa", cioè una condizione, in cui l'insufficiente comunicazione, oltre che essere disfunzionale, diventa essa stessa un fattore di patologia, perché aumenta lo squilibrio che è alla base del grave disorientamento esistenziale dei pazienti psicotici. E questo è tanto più reale, quanto più il lavoro fatto col paziente è intenzionalmente profondo e sofisticato: il che, tradotto in altre parole, significa che in assenza di una condivisione con l'ambiente proporzionata all'entità dei contenuti, più ci si sforza di lavorare bene, peggio si fa!
Si rischia inoltre di attivare un meccanismo perverso, in cui il terapeuta si convince sempre di più che un dato paziente vada curato lavorando sempre più intensivamente sull'interno del suo mondo e riducendo i suoi contatti con l'ambiente disturbante, anziché cercare prima di tutto le vie per un riequilibramento tra i due mondi, che trasformi in scambi dei rapporti che di solito sono reciprocamente distruttivi.
Si tratta di una credenza contagiosa e pervasiva, una specie di trappola, in cui cadiamo quasi tutti, che finisce per far assomigliare la terapia a una manifestazione non evidente e larvata della psicosi di cui dovrebbe essere la cura.
Per evitare queste secche e per lavorare meglio, nonché per stare personalmente meglio, bisogna o... decidere di non occuparsi più di psicosi e fare dell'altro o aprirsi e mettere di più in comune esperienze, riflessioni, metodi, frustrazioni.
Ed è quello che intenderei fare negli spazi pubblici che la Rete ci concede.