Logopedista Ticiana Dimo

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Logopedista Ticiana Dimo Logopedista specializzata in età evolutiva, Psicologa esperta in neuroscienze e sviluppo. Abilitata alla tecnica Prompt (I livello).

Lavoro in libera professione presso il mio studio "Logos Paiolo", Viale dei Partigiani 2/A Mantova (46100) e nei reparti di riabilitazione e medicina della Fondazione Camplani, casa si cura San Clemente come consulente Logopedista. Valuto e tratto:
- disturbi dell'età evolutiva (disturbo del linguaggio, disordini dello speech e ritardo/disturbo degli apprendimenti); mi sono perfezionata nello studio delle traiettorie linguistiche del bambino bilingue.

- disturbi dell'età adulta (disfagia, afasia e disartria). Master di I livello in "Tecniche per la rieducazione dei Disturbi Specifici di Apprendimento". Sto integrando il mio percorso con un secondo ciclo di studi nel ramo della Psicologia. Sono prossima alla laurea in Neuroscienze e riabilitazione Neuropsicologica presso l'università degli studi di Padova.

Non tutte le difficoltà di Apprendimento si configureranno in un DSA: ci sono criteri precisi e soprattutto tempi che ci...
16/10/2026

Non tutte le difficoltà di Apprendimento si configureranno in un DSA: ci sono criteri precisi e soprattutto tempi che ci orientano in questa direzione.

Quando possibile una sana prudenza è preferibile: meglio disporre di più monitoraggi piuttosto che di una valutazione isolata e soprattutto, nel DSA, la fatica oltre non essere passeggera è molto importante e frustrante per lo studente.

Indipendentemente dal fatto che verrà rilasciata o meno una certificazione, quando il bambino fa fatica merita supporto. Prima si offriranno esercizi di potenziamento mirati, meglio si rafforzeranno le traiettorie di sviluppo.


Quanti sono i sentieri possibili per raggiungere una meta? Diversi.Quante volte capita di immaginarsi che andrà tutto li...
15/10/2026

Quanti sono i sentieri possibili per raggiungere una meta? Diversi.
Quante volte capita di immaginarsi che andrà tutto liscio e poi ritrovarsi a dover cambiare giro, rifare salite, tornare indietro? Spesso.

Gli apprendimenti sono una sfida evolutiva, richiedono impegno e costanza a tutti anche se in misura diversa, non sono solo scoperta e divertimento. Allo stesso modo non sono lineari in ogni bambino, questo indipendentemente dal fatto che ci sia o meno un DSA sottostante. Ci sarà il bambino che dopo pochi mesi è già brillante in lettura e quello che ci metterà di più. Poi è probabile anche che ci sia qualcuno che farà decisamente più fatica, nonostante l'impegno, perché la sua mente percorre solo sterrati ed è difficile. Questo è il bambino con Disturbo di Apprendimento. Per la stessa meta dei compagni, deve fare il doppio dei chilometri e della fatica, con momenti di frustrazione nel cammino non indifferenti.

È chiaro che se uno studente può percorrere solo sterrati servirà qualche supporto in più nel suo cammino dell'apprendimento, questo il bambino lo comprende, ancor prima di parlare di etichette.

Gli insegnanti possono condividere questo espressamente quando iniziano ad insegnare gli apprendimenti: per qualcuno sarà più semplice, per qualcuno ci servirà più allenamento, non percorriamo tutti lo stesso sentiero ma l'obiettivo è goderci tutti il paesaggio.

Il motivo più frequente per cui vengo contatta dagli insegnanti in presenza di una bambino con Disturbo specifico degli Apprendimenti è: "abbiamo fatto un buon PDP ma non vuole usare gli strumenti compensativi, non li accetta".

La diversità spesso si accompagna a un vissuto di vergogna, perché in fondo c'è la paura di sentirsi esclusi e non capiti. Se già dal primo anno di scuola primaria parliamo agli studenti di apprendimenti diversi, di canali di apprendimento diversi e quindi di bisogni diversi, sarà sicuramente più semplice in futuro, che uno studente scoprendo di avere un Disturbo dell' Apprendimento comprenda la necessità dei suoi strumenti, perché questo è stato spiegato a tutti prima che qualcuno ne avesse ancora bisogno.

Buona lettura ✨
04/10/2026

Buona lettura ✨

Il cervello trino è stato abbandonato dai neurobiologi decenni fa: cosa resta della disciplina dolce? Cosa regge, cosa no, e perché lo stile autorevole – calore e limiti insieme – è quello sostenuto dalle prove.

Quando i bambini con una fatica degli Apprendimenti si bloccano, si distraggono o vanno in crisi, alcuni genitori si spa...
23/09/2026

Quando i bambini con una fatica degli Apprendimenti si bloccano, si distraggono o vanno in crisi, alcuni genitori si spaventano e fanno il possibile affinché il bambino non sperimenti più quella fatica: fanno i compiti al posto del bambino ad esempio, sostituendosi a lui.

Ad altri genitori può capitare invece di "punire" quella fatica, ritenendola mancanza di voglia e impegno, quando non riescono a comprendere l'importanza del bisogno che quella fatica sottende.

Mattia sta finendo la quinta elementare e ha una discalculia, Disturbo Specifico legato alle abilità numeriche e di calcolo, che lo porta a non riuscire a recuperare le procedure delle operazioni scritte e ad andare in tilt quando deve recuperare le tabelline a memoria. Queste fatiche si accompagnano anche a forte ansia nei momenti in cui deve gestire i compiti pomeridiani di matematica.

Anna, la mamma di Mattia, lo segue per i compiti. Non hanno aiuti esterni, devono fare con quello che hanno, come possono. Mamma Anna lavora come operatore socio sanitario in ospedale. È un lavoro su turni, usurante mentalmente e fisicamente. Avrebbe tanto bisogno di momenti di leggerezza e svago con il suo bambino, invece passano i pomeriggi tra le urla di Mattia e la fatica estrema di Anna.

Mattia davanti alla seconda divisione del pomeriggio non ci vede più dalla stanchezza e scoppia in una crisi di pianto: "Odio la scuola, mi fa schifo matematica, non ci capisco nulla, sono uno stupido che non ricorda mai niente Mamma. Perché sono così?"

Quando il bambino mostra rabbia e frustrazione per qualcosa che non riesce a fare come vorrebbe ci sta richiedendo di essere visto e confortato.

Come genitori non possiamo annullare il malessere che nasce durante quelle crisi ma possiamo diventare una presenza sicura su cui poter contare. È come se il bambino ci dicesse "mamma e papà ascoltate quello che sto provando ora e non lasciatemi da solo con questa roba".

La presenza diventa quindi un ingrediente prezioso ed estremamente potente che il genitore può donare al figlio. Non togliamo la paura, non cancelliamo la rabbia e la vergogna ma possiamo aiutarli a sentirle e ad attraversarle.

Il PDP è il piano didattico personalizzato. Un documento firmato dai genitori e dalla scuola in cui vengono condivisi gl...
22/09/2026

Il PDP è il piano didattico personalizzato. Un documento firmato dai genitori e dalla scuola in cui vengono condivisi gli strumenti compensativi e le modalità dispensative che servono a QUEL bambino in possesso di certificazione di DSA per poter apprendere al meglio e per essere messo nelle condizioni, durante verifiche scritte e orali, di ridurre al minimo il sovraccarico che il DSA comporta.

Gli strumenti compensativi sono materiali che lo studente crea o dispositivi/installazioni digitali che permettono di sopperire (almeno in parte) alle fatiche presenti (es. Mappe concettuali per lo studio).

Le misure dispensative sono invece gli accorgimenti che i docenti possono attuare per mettere lo studente nelle condizioni di dare il meglio di sé nelle verifiche di apprendimento (es. tempo aggiuntivo o verifiche ridotte per numero di richieste).

Un PDP per funzionare davvero secondo me ha bisogno di tre ingredienti:

- COERENZA (deve rispecchiare il profilo dello studente);
- DINAMICITÀ (deve evolvere insieme allo studente);
- CONDIVISIONE (deve essere raccontato allo studente stesso, che il più delle volte non sa né cosa sia il PDP e nemmeno cosa comporta).

Se un PDP viene compilato senza mettere davvero a fuoco il fabbisogno di quello specifico studente, è totalmente inutile, anzi, diventa frustrante, perché restituisce il messaggio che non esiste nulla che possa mettere il ragazzo nelle condizioni di riuscire.

Ricordiamoci che non esistono strumenti e misure universali che vanno bene per tutti a prescindere. Questi strumenti sono sempre abiti sartoriali, che per essere indossati dagli studenti e portati (attraversando la vergogna), devono essere quantomeno su misura.

E per gli studenti? Cos'è il PDP?

"P di pazienza perché ne serve davvero tanta, soprattutto quando ti senti diverso e poi D di....ah sì dacci dentro!! Bisogna sempre lavorare tanto, non ci regalano niente e P di...pazienza sì, ancora, non è mai abbastanza.. perché chi non ha il DSA non ci può capire..come stiamo davvero intendo, quanto è difficile per noi non riuscire".

Pazienza - Dacci dentro - Pazienza: una sintesi eccezionale ✨🌻

Nel vissuto di un bambino con fatiche scolastiche i protagonisti non sono solo il bambino e le sue difficoltà ma troviam...
28/08/2026

Nel vissuto di un bambino con fatiche scolastiche i protagonisti non sono solo il bambino e le sue difficoltà ma troviamo anche un terzo elemento, altrettanto importante anche se non sempre preso in considerazione, che è il vissuto genitoriale rispetto alle fatiche del figlio.

Vedere il proprio bambino sperimentare dolore e frustrazione senza poterle estinguere, attiva nel genitore un vissuto di inadeguatezza e senso di impotenza.
Può allora capitare di abbandonarsi a pensieri svalutanti che sovraccaricano inevitabilmente la mente del genitore, allontanandolo inconsapevolmente dal figlio che invece vorrebbe tanto aiutare.

Questo vissuto cari genitori è assolutamente frequente e normale: per rompere però la spirale viziosa che può innescarsi nella relazione con il bambino, diventa importante partire dal riconoscimento di questo sentire per accompagnare il figlio nel proprio percorso con più consapevolezza e leggerezza.

Il vissuto di uno studente con difficoltà negli apprendimenti scolastici è frustrante e complesso.Quando spiego ai genit...
18/06/2026

Il vissuto di uno studente con difficoltà negli apprendimenti scolastici è frustrante e complesso.

Quando spiego ai genitori che l'etichetta non può essere un fine ma solo un mezzo, è esattamente per questo motivo: perché va attraversata e superata.
Il nome ci serve a spiegare un funzionamento diverso ma poi serve camminare tutti insieme, verso la stessa direzione.

Serve un approccio integrato che permetta allo studente di sentirsi visto nelle sue capacità e nel suo impegno e che faccia sentire i genitori accompagnati e gli insegnanti meno soli.

La storia di Anna continua qui...🌱✨

Attraverso il suo percorso Anna comincia a conoscersi meglio e a riconoscere il proprio modo di apprendere. Il lavoro non porta benefici solo a livello di voti scolastici ma restituisce ad Anna un'immagine di sé più equilibrata.
Anna oggi ha 17 anni e conosce bene le sue fatiche ma soprattutto le sue risorse. Sa che lei ha un DSA ma non è il suo DSA. Anna ha una caratteristica che fa parte di lei e non le impedisce più di esprimere tutto il suo potenziale.

16/06/2026

Negli anni Sessanta, Mary Ainsworth aveva un problema preciso: come si misura qualcosa che non si vede?

Bowlby sosteneva da anni che il bambino non cercasse la madre solo per il cibo. La cercava per protezione. Una presenza stabile da cui partire e a cui tornare quando le cose si fanno difficili. Era un'idea convincente, ma restava quasi impossibile da dimostrare sul campo. Come si poteva allora osservare il bisogno di sicurezza?

Ainsworth pensò di avere una risposta. E non aveva bisogno di macchinari per dimostrarla.

Il protocollo era semplice quasi fino all'ingenuità. Una stanza, qualche giocattolo. Una madre e un bambino. A un certo punto la madre usciva, lasciando il bambino solo per qualche minuto. Poi tornava nella stanza.

Ainsworth chiamò tutto questo Strange Situation (Situazione Estranea). E quello che sembrava quasi banale si rivelò straordinariamente geniale.

Perché ad avere un ruolo importante non era la separazione. Ma era il ritorno.

Alcuni bambini, quando la madre rientrava, la cercavano, si lasciavano consolare, e nel giro di poco ricominciavano a giocare. Come se il sistema nervoso avesse ricevuto un segnale preciso: va bene, ora sei al sicuro.
Altri la cercavano e la respingevano nello stesso momento. Si aggrappavano e si dimenavan, incapaci di ritrovare una calma che sembrava sempre sul punto di arrivare ma non arrivava mai.
Altri ancora la ignoravano. Non si voltavano, non reagivano, sembravano indifferenti alla sua assenza e al suo ritorno. Ma Ainsworth notò qualcosa: il battito accelerava, lo stress saliva. La sofferenza c'era. Avevano solo imparato che mostrarla non serviva a nulla.

Quella stanza rese visibile qualcosa che fino ad allora era rimasto nascosto: il modo in cui impariamo, da piccoli, a cercare conforto. E se impariamo che cercarlo funziona, o che è inutile, o che è pericoloso.

Ainsworth chiamò questi pattern attaccamento sicuro, ansioso ed evitante. Non etichette diagnostiche , ma strategie. Ovvero risposte intelligenti che ogni bambino costruisce a partire da ciò che trova intorno a sé, da come chi si occupa di lui risponde ai suoi bisogni di rassicurazione e sostegno all’esplorazione. Il bambino che ignora la madre non è freddo. Ha imparato che mostrare il bisogno, purtroppo, non cambia lo stato delle cose.

Negli anni successivi queste osservazioni avrebbero influenzato profondamente la ricerca sullo sviluppo, sul trauma e sulle relazioni adulte.

Ma forse la cosa più importante che quella stanza dimostrò è un'altra. Quando un bambino si sente davvero al sicuro, non resta aggrappato al genitore. Ma esplora. Si allontana. Torna e riparte. Usa la figura di riferimento come punto fermo e non come gabbia.

La sicurezza non trattiene. Permette di andare lontano.
Vale a due anni. Ed oggi sappiano che vale ancora da adulti.

Ainsworth et al. (1978) · Bowlby (1969) · Bretherton (1992), Developmental Psychology

16/06/2026

Per decenni la psicologia ha creduto di sapere perché un bambino si lega alla madre. La risposta sembrava semplice: il cibo.

Si pensava che il bambino si affezionasse alla madre perché era lei a nutrirlo. Prima la fame, poi l'affetto. Prima il latte, poi l'amore. Era una spiegazione pulita, quasi elegante. E sembrava funzionare.

Eppure qualcosa non tornava.

Perché un bambino cerca la madre anche quando ha appena mangiato? Perché la vuole vicino quando ha paura? Perché si calma anche solo sentendola entrare nella stanza?

Negli anni Cinquanta, uno psichiatra inglese di nome John Bowlby cominciò a guardare queste domande da un'angolazione diversa.

Lavorava con bambini che avevano vissuto separazioni, ricoveri, perdite. Bambini che spesso avevano una casa, cure mediche, cibo a sufficienza. Eppure soffrivano in modo profondo.

Bowlby notò che la loro sofferenza non sembrava legata alla mancanza di qualcosa. Sembrava legata alla mancanza di qualcuno.

Quando una figura importante si allontanava, quei bambini reagivano come se il mondo fosse diventato improvvisamente meno sicuro. Cercavano, protestavano, piangevano. E quando la separazione si prolungava, alcuni smettevano persino di cercare.

Non era un capriccio. Era un bisogno.
Forse IL BISOGNO.

L'idea che stava prendendo forma era radicale per l'epoca: il legame con una figura di cura non nasce perché quella persona dà da mangiare al bambino. L'attaccamento è qualcosa di più profondo... un sistema biologico plasmato dall'evoluzione per garantire protezione, vicinanza, sicurezza.

Molti colleghi la trovarono troppo emotiva. Qualcuno poco scientifica. Ma le osservazioni continuarono ad accumularsi, e negli anni successivi le ricerche di Mary Ainsworth e decenni di studi confermarono ciò che Bowlby aveva intuito guardando quei bambini.

Non abbiamo bisogno soltanto di essere nutriti. Abbiamo bisogno di sentirci al sicuro con qualcuno.

È un bisogno che non ci abbandona mai. Lo vediamo nei bambini che cercano lo sguardo di un genitore. Lo vediamo negli adulti che telefonano a qualcuno di caro dopo una giornata difficile. Lo ritroviamo nei momenti di paura, di dolore, di perdita.

La psicologia cercava l'amore nel latte. Il bambino aveva bisogno di qualcuno.

“Non essere all’altezza di poterla aiutare.”Questa è la condivisione di una mamma alla domanda che ho fatto ieri nelle s...
11/04/2026

“Non essere all’altezza di poterla aiutare.”

Questa è la condivisione di una mamma alla domanda che ho fatto ieri nelle storie.

È una frase che colpisce, perché dentro c’è molto più di una difficoltà.

C’è fatica, dubbio e probabilmente la sensazione di non riuscire a fare abbastanza.

Credo che molti genitori, quando i figli incontrano difficoltà a scuola, possano riconoscersi qui.

Nel mio lavoro incontro spesso genitori attenti, presenti, che provano davvero a capire.

Ho lavorato personalmente con la mamma che ha detto questa frase e non solo è molto sensibile e sintonizzata con i bisogni della figlia ma è anche una mamma che non ha mai smesso di interrogarsi e mettersi in gioco per aiutare la sua bambina.

Eppure, nonostante questo, si sente “non all’altezza”.

Questa sensazione raramente nasce da sola. Di solito si costruisce nel tempo, nel dialogo con il contesto.

A volte con la scuola, altre con ciò che ci sta intorno e altre ancora con aspettative difficili da sostenere.

Per questo ritengo importante dire una cosa: voi genitori non siete né “da sostituire” né “da correggere”. Siete parte centrale del percorso dei vostri figli. Siete gli "esperti" in questa pagina.

Il lavoro non è fare al posto vostro: è aiutarvi a capire, a orientarvi, a tenere insieme i pezzi.

Nessuno dovrebbe avere il potere di farvi sentire sbagliati, nemmeno quando le cose sono faticose.

“Essere all’altezza” forse non significa fare tutto nel modo giusto ma provare a restare, continuare a interrogarsi per capire anche quando non è così semplice.

Le difficoltà scolastiche dei vostri figli
vi hanno mai fatto sentire così?

Vi leggo nei commenti.


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Mantua

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