24/07/2025
BULIMIA ALPINA
Abbiamo visto la folla in fila alla funivia del Seceda in Val Gardena e ci siamo chiesti: “Che vacanza è mai questa? Mica li obbligano”. Ma la domanda giusta è un’altra: “Perché sono tutti lì?” Non credo che l’eccesso di turismo sia da attribuire solo alla celebrazione collettiva delle ferie tra fine luglio e agosto, che sono poche settimane per troppa gente, e nemmeno alla passività degli officianti, o alla fretta, o alla monocromia dell’offerta. Mi sembra che i turisti contemporanei, che non possiamo più chiamare viaggiatori perché pretendono l’esperienza garantita e l’avventura programmata (ossimori), cerchino più o meno consapevolmente proprio quella coda e quelle f***e, perché coda e f***e sono la prova di appartenenza e il certificato di tendenza. Se seguo le persone famose, gli influencer, i visi del web e della televisione, in qualche modo assomiglio a loro. Se un selfie in un posto sconosciuto non se lo fila nessuno, una foto davanti ai loghi di Venezia o delle Tre Cime di Lavaredo dimostra che ci sono stato e dunque sono qualcuno. Pare che la vacanza, che dovrebbe significare assenza, interruzione, cambiamento, per una gran fetta di turisti sia il prolungamento di quella vana ricerca di senso che si può definire apparenza e che non consiste nel provare cose nuove per sé, anche a rischio di sbagliare, ma nel certificare su di sé l’imitazione dei modelli altrui. Prima che un problema di spazi e tempi (e una bella grana per gli operatori) l’overtourism è una serissima questione di omologazione collettiva, che a sua volta genera nuove frustrazioni, odi virtuali e rancori seriali. Le piccole guerre di cui ci alimentiamo quotidianamente, cercando di non vedere quelle grandi.