19/07/2020
“ La lotta alla mafia dev’essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità. “
“Potrei anche morire da un momento all’altro, ma morirò sereno pensando che restano giovani come voi a difendere le idee in cui credono: ecco in quel caso non sarò morto in vano.”
Da questo incipit prendiamo le mosse, proprio dalle sue parole, quelle del giudice Paolo. Se chiudiamo gli occhi possiamo immaginare quasi che si stesse rivolgendo proprio a noi. A 28 anni dalla Strage di via D’Amelio, noi ci teniamo a dirgli che non è morto in vano! Noi siamo ancora qui, a credere in quello che tu, giudice Paolo, hai fatto. Anche se molti di noi, magari, non erano ancora nati, ma oggi sono qui, a commemorarti. Dopo 57 giorni dalla strage di Capaci, 57 giorni che tu hai trascorso consapevole del fatto che da un momento all’altro sarebbe toccato a te. Ma questo non lo hai temuto, hai continuato per la tua strada, la vostra strada, quella tua e del giudice Giovanni. Per questo, oggi, ti diciamo grazie. Quel 19 Luglio di quel maledetto ’92, alle 16.58 esplodeva la 126 imbottita di tritolo da Gaspare Spatuzza. Perdevano la vita anche Emanuela Lo Voi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Siete stati delle pedine, probabilmente anche merce di scambio, ma per noi siete degli eroi. Siete l’esempio di impegno e dedizione. Siete la convinzione che questa terra ha una speranza, la speranza di liberarsi da quel cancro chiamato mafia. Hanno ucciso i vostri corpi ma un’idea non muore finché viene ricordata.
28 anni dopo ancora qui, ancora con voi.
Ciao, giudice Paolo.