Maestra Iolanda

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Pagina dedicata alla didattica innovativa e digitale nella scuola primaria. É uno spazio di condivisione di idee, risorse, attività e di confronto sul mondo della scuola.

Un voto non definisce nessuno.Ogni bambino è, semplicemente, unico.Maestra Iolanda
02/06/2026

Un voto non definisce nessuno.
Ogni bambino è, semplicemente, unico.
Maestra Iolanda

Il mese di giugno si distese all’improvviso nel tempo, come un campo di papaveri. (Pablo Neruda)
01/06/2026

Il mese di giugno si distese all’improvviso nel tempo, come un campo di papaveri. (Pablo Neruda)

La fine della quinta elementare è un  tempo sospeso, fatto di sguardi che cercano conferme, di risate improvvise e di qu...
31/05/2026

La fine della quinta elementare è un tempo sospeso, fatto di sguardi che cercano conferme, di risate improvvise e di quella sottile malinconia che accompagna ogni grande passaggio.
Quest'anno a settembre ho accolto i miei bambini con un albo che era una promessa e una dichiarazione: "Tu sei una meraviglia". Volevo che fosse il loro punto di partenza, la certezza su cui poggiare i piedi per iniziare a camminare insieme.
In questi mesi ho accarezzato a lungo l'idea del traguardo, immaginando i dettagli del nostro saluto. Avevo scelto con cura l'albo perfetto per lasciarli andare: "Il mondo ti aspetta". Questo libro è un manifesto alla vita, alla scoperta e, soprattutto, all'unicità di ciascuno di loro.
L'albo si fa portatore di un messaggio potente e necessario: il mondo è pieno di possibilità che aspettano solo di essere esplorate, ma richiede anche il coraggio di essere se stessi, di accogliere i propri errori e di guardare il futuro con occhi colmi di meraviglia e stupore. Ci ricorda che non esiste un percorso unico, che cadere fa parte del viaggio e che la vera magia sta nel modo in cui decidiamo di rialzarci e di continuare a camminare, portando nel nostro zaino interiore tutto ciò che siamo. È un messaggio bellissimo...
Tutto nelle mie intenzioni, nei miei desideri.
Consigliato😊

C’è una cosa che vorrei chiarire una volta per tutte.Questa pagina non è una vetrina. E io non sono, né sarò mai, solo e...
31/05/2026

C’è una cosa che vorrei chiarire una volta per tutte.
Questa pagina non è una vetrina. E io non sono, né sarò mai, solo e soltanto una dispensatrice automatica di schede didattiche o PDF pronti all'uso. Questo spazio non è un catalogo di materiali da scaricare e fotocopiare, non rientra tra le mie priorità, non mi interessa e non mi rappresenta. E chi lo dice che io debba trattare solo di istruzione o educazione perché sono una maestra?
Per me, questo spazio è un salotto. Qui dentro io non porto solo la mia etichetta professionale o quello che faccio tra le mura di una scuola, o le risorse che metto sempre a disposizione di tutti, gratuitamente. Porto me stessa: quello che vivo, quello che penso, quello che sono.
Sui social siamo abituati a vedere di tutto: c’è chi mostra foto da cartolina in posti da sogno, chi si riprende mentre si trucca, chi mentre mangia. Io ho scelto un’altra strada, forse più scomoda: ho scelto di esternare anche i miei pensieri. Di usare la mia vita e la mia quotidianità — anche i momenti difficili — come aggancio per accendere discussioni vere, confronti sulla scuola, ma soprattutto sulla vita in generale.
So perfettamente che esporsi significa rischiare. So che la vulnerabilità può essere fraintesa, strumentalizzata o giudicata da chi passa qui per caso ed è abituato alla superficie. Ma chi mi segue davvero, chi abita questo spazio da tempo, sa. Conosce lo spirito con cui scrivo e sa che ogni parola nasce da un bisogno profondo di condivisione autentica, non dalla ricerca di una condivisione o di un "like" in più. Certo, se la pagina cresce mi fa piacere, ma non è la mia prerogativa principale.
Le relazioni umane si costruiscono sulla verità, non sulle apparenze. E questa pagina rimarrà sempre uno spazio libero, vero.
Grazie a chi sceglie di stare qui con me, ogni giorno, e di accettarmi per quello che sono e scrivo, senza filtri.

La scuola non è la strada. È la bussola.Oggi il mondo della cultura saluta Edgar Morin, il filosofo che ci ha insegnato ...
30/05/2026

La scuola non è la strada. È la bussola.
Oggi il mondo della cultura saluta Edgar Morin, il filosofo che ci ha insegnato a non temere la complessità. E se c'è un'immagine che racchiude il suo intero pensiero sull'educazione, è questa:
"La scuola deve insegnare a navigare in un oceano di incertezze attraverso arcipelaghi di certezze."
E mi piace accostare l'idea della scuola alla bussola, perché la bussola non ti dice dove devi andare, non traccia una strada fissa sull'asfalto e non ti evita i burroni, il traffico, gli incidenti di percorso, fa qualcosa di molto più potente: ti orienta ovunque tu sia. La scuola dovrebbe fare questo...

In questi giorni a farmi riflettere molto è stata la reazione – o la non reazione – di alcune persone della mia quotidia...
29/05/2026

In questi giorni a farmi riflettere molto è stata la reazione – o la non reazione – di alcune persone della mia quotidianità rispetto a quello che sto vivendo. Ho visto muoversi due mondi paralleli e contrapposti. Da un lato, sotto al post con la mia foto in ospedale, migliaia di persone totalmente sconosciute mi hanno inondata di parole cariche di affetto e vicinanza. Dall'altro, persone che fanno parte della mia vita reale, anche da anni, non hanno trovato il modo, il tempo, o forse la voglia, di chiedermi semplicemente: "Come stai?"
Una differenza abissale, troppo grande per passare inosservata. Di certo le nostre vite caotiche e frettolose non ci consentono di fermarci sui particolari, che finiscono per sfuggire e diventare anonimi, confusi nel mucchio. Troppe cose a cui stare dietro, troppa fretta di fare, di andare, di sbrigare... Ma una cosa l'ho capita: chi c'è veramente, c'è sempre.
Questa esperienza mi ha sorpresa e profondamente rammaricata, restituendomi uno spaccato deludente di quanti rapporti, a volte, siano solo facciata e pochissima sostanza.
Ci rifletto senza alcuna polemica, ma con una grande curiosità: quanto spesso confondiamo la vicinanza fisica o l'abitudine della presenza con una connessione reale? Perché nel tran tran di tutti i giorni si fa così fatica a coltivare l'umanità di un gesto semplice? Perchè?

L'attesa estenuante in pronto soccorso, una delle tante di questi ultimi mesi, è sfociata poi in un ricovero ospedaliero...
27/05/2026

L'attesa estenuante in pronto soccorso, una delle tante di questi ultimi mesi, è sfociata poi in un ricovero ospedaliero. Non so quanto mi terranno, non so quando potrò ritornare a casa, so solo che in questo momento, vorrei che qualcuno mi tenesse la mano e mi dicesse: "Stai tranquilla, andrà tutto bene."
Se mi vedesse la vecchina di stamane lo farebbe, ne sono certa.

Vivo queste attese estenuanti, in sale d'attesa refrigerate e colme di gente identificate con codici in ordine di priori...
27/05/2026

Vivo queste attese estenuanti, in sale d'attesa refrigerate e colme di gente identificate con codici in ordine di priorità, come una profonda ingiustizia. Io dovrei essere altrove, non qua. Ma che ci faccio qua? Mi domando leggendo notizie dal mondo senza attenzione da un monitor anonimo piazzato davanti a me e intanto ascolto le chiacchiere della gente, alcuni in carrozzina, anziani che godono come a pasquetta per l'aria fresca e piacevole come una brezza marina mentre fuori impazza l'inferno, ( paragone azzardato, lo so) lasciatemi vaneggiare, mi crogiolo in questa attesa che sa d'infinito leopardiano. Dicevo, altri ingessati, nasi insanguinati, ghiacci tampone ovunque, gente che aspetta, freme, ripete come un mantra nella testa quella sigla alfa numerica in attesa che qualcuno si accorga di loro e sì, anche di me. Lo confesso, lo ripeto anche io come una filastrocca.
"Ma mi hanno chiamato?"
"Signora, sul monitor controlli il suo numero, anzi mi faccia vedere", mi rendo utile almeno, allungando lo sguardo sul foglio che tiene in mano, trema un pochetto. "No, deve, aspettare ancora". Si gratta il naso, pensosa, come per dire: Ma cosa vuol dire - ancora-? Poi riparte:
"Ma lei da che ora aspetta?", mi domanda come presa da altre priorità o curiosità spicciole, ma un tantino egoistiche.
"Sono arrivata stamattina presto, alle 8.00", le rispondo rassegnata.
"Ma davvero?" esclama sbigottita, sgranando i suoi piccoli occhietti azzurri opaco e sperando in cuore suo, di sbrigarsi alla svelta. Signori, in fondo lei è una nonnina di 90 anni, si arrocca su questo particolare non di poco conto come un salvavita, un salvatempo, una prerogativa o un barlume di speranza. Sì impettisce. La chiamano, è il suo turno, tocca a lei, finalmente, mi guarda con aria di sfida, tutto si svolge nell'arco di brevissimi secondi, frangente minuscolo in cui ci diciamo tutto:
"Visto?" Non potevano lasciarmi a lungo in attesa come stanno facendo con te"; una piccola coccola che sa di attenzione e riguardo.
"Io aspetto il mio turno, aspetto. Buona fortuna nonnina."
"Buona fortuna".

GabbianiNon so dove i gabbiani abbiano il nido,ove trovino pace.Io son come loroin perpetuo volo.La vita la sfiorocom'es...
27/05/2026

Gabbiani

Non so dove i gabbiani abbiano il nido,
ove trovino pace.
Io son come loro
in perpetuo volo.
La vita la sfioro
com'essi l'acqua ad acciuffare il cibo.
E come forse anch'essi amo la quiete,
la gran quiete marina,
ma il mio destino è vivere
balenando in burrasca.
Vincenzo Cardarelli
Da La poesia che cura

24/05/2026

Come trasformare il calcolo scritto in un'attività dinamica e autonoma in prima elementare? Basta un dado a sei facce. Invece di compilare le solite schede pronte, che mal sopporto, il bambino lancia il dado per generare da solo gli addendi, scrive l'operazione e calcola il risultato.
Il fattore ludico del lancio attiva il bambino, che gestisce autonomamente il ritmo del proprio lavoro. ​Un modo concreto per fare matematica partendo dall'esperienza diretta! E ci piace un sacco!

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