28/11/2021
UN “UOMO DI PARTE”
Ricordo di Gernaldo Petracchi
Da questa domenica di agosto i familiari, gli amici ed i compagni di Gernando Petracchi hanno una ragione in meno di rimpianto per la sua morte.
Alla sua scomparsa – due anni orsono – la sua figura era stata ricordata dall’Unità, da La Riforma della scuola e da qualche rivista scientifica. Inoltre al suo funerale a Pisa il Segretario della Federazione del PCI aveva pronunciato, nella sua orazione funebre, parole semplici ed appropriate. Ma quel ricordo non è mai bastato, sembrando che il versante umbro dell’impegno politico di Petracchi fosse stato frettolosamente dimenticato e, più in generale, che il nome di questo intellettuale comunista meritasse invece ben di più.
Oggi il suo nome, scritto nella pietra della sezione del PCI nel suo paese natio, è per noi un’importante riparazione. La memoria politica della sinistra ripaga il rapporto di scontrosità, di “laicità”, ma sempre di assoluta dedizione e fedeltà al PCI, mostrando che anche la nostra memoria è in qualche modo capace di forzare la scadenza inevitabile del nostro destino terreno.
Che cosa rende così singolare e caratteristico l’impegno politico e scientifico di Petracchi? E’ attorno a questo interrogativo che oggi possiamo ricordarlo, limitando la retorica che certo lo avrebbe infastidito e ricorrendo, come una volta si sarebbe detto, alle “opere”.
Mi spetta, e mi è caro, il compito di ricordare e di far conoscere le tappe essenziali del suo rigoroso impegno culturale e scientifico. Sottolineo questo aspetto – con un intento polemico che certo Petracchi ci ha insegnato - contro il pressapochismo, la mezza cultura e la mediocrità, condividendo una battaglia che fu sua contro il disprezzo della cultura e della formazione che, a destra e talora nell’estrema sinistra, si affacciano sempre contro il movimento democratico che ha fatto della battaglia per la cultura e una reale istruzione un cardine della propria prospettiva di liberazione e di uguaglianza.
A 27 anni Petracchi vince il concorso di Direttore del Laboratorio Sperimentale dell’Arsenale Militare Marittimo di La Spezia, famoso ed importante centro di ricerca scientifica. Qui subirà le conseguenze, come comunista, dell’emarginazione cocente dell’epica di Scelba. Il piccolo maccartismo italiano degli anni ’50 trova il modo di colpire questo scienziato, con una perfida e “dantesca” individuazione della pena, negandogli la possibilità di lavorare nel suo laboratorio, “umiliandolo e colpendolo nella sua dignità e nella sua pienezza di intellettuale” (Fasoli).
Più tardi l’impegno di Petracchi trova nella scuola e nella ricerca universitaria un’adeguata forma di continuazione, presso l’Università di Pisa.
Da quel periodo, e fino alla morte, Petracchi è stato collaboratore aprezzato di riviste scientifiche, polemista aspro ed efficace, lettore curioso e ricco di interessi (anche anticipatori come l’ecologia: è stato forse uno dei primi scienziati marxisti ad avvicinarsi con attenzione alle opere del club di Roma), e membro dell’Accademia Lunigianese di Scienze Giovanni Capellini.
Ma Petracchi non si è fermato a questo serio e riconosciuto lavoro scientifico. E’ stato intellettuale di parte, e per di più in anni non sospetti, portando nella militanza politica i valori che gli venivano dalla scienza: “coerenza ed onestà intellettuale, rigore assoluto” (Fasoli).
Iscritto giovanissimo al PSI, vive, dopo la soppressione dei partiti e della libertà, l’esperienza dell’antifascismo e la ricerca di un rapporto politico che per lui – dipendente statale inserito in un ambiente militare come l’Arsenale di La Spezia – si presenta come rischioso e difficile. Negli anni della guerra, la sua militanza antifascista si intensifica: l’occultamento, fatto insieme agli operai dell’arsenale militare, del materiale del laboratorio (sabotando ogni possibilità di uso da parte del nemico), e i lavori di collegamento dei gruppi partigiani, fanno ben capire ciò che Petracchi intendeva con la sua scelta di campo dalla parte della classe operaia e del movimento democratico.
Nel 1944 scende in Umbria; a Parrano si adopera, con vecchi amici, affinché i nazisti in fuga verso il nord non danneggino il paese ed i suoi abitanti. Nel clima della lotta di liberazione matura la sua scelta comunista; aderisce al PCI a Terni (1944) dove fu membro dell’Ufficio epurazione. Tornato a La Spezia, rivestì diversi incarichi di partito; fu responsabile della Commissione Economica e della Commissione Cultura alla Federazione, poi membro del Consiglio di Amministrazione dell’Azienda municipalizzata gas – acqua; Consigliere ed Assessore dell’Amministrazione Provinciale.
Dal 1947 fu anche membro del Comitato federale del PCI di La Spezia, fino a quando si allontanò da quella città per l’offensiva anticomunista che egli pagò con dignità e fermezza, in prima persona.
Queste date e queste notizie tratteggiano, in rapida sintesi il lavoro politico e scientifico di Fernando Petracchi. Ma questo ricordo mi sembrerebbe un’arida e burocratica commemorazione se io non dicessi cosa è stato Petracchi per me e per i giovani che in anni più aspri di questi si sono avvicinati con simpatia e con speranza al Partito Comunista. Chiuderò quindi questo ricordo in modo insolito, richiamando il suo stile, il suo temperamento a volte aspro e polemico. E dunque la sua umanità.
Sarebbe fargli torto descrivere Petracchi – dopo la morte – come un personaggio che non era, buono ed accomodante; non posso e non voglio dimenticare invece il suo anticonformismo, gli scatti d’ira, la sua brusca ironia, il suo parlare per smitizzare, il suo essere in tutto e per tutto un uomo di opposizione.
Il suo illuminismo era per noi – giovani figli di contadini poveri – un atteggiamento spesso incomprensibile, vicini come eravamo ad un modo romantico e forse idealistico di far politica. Ed io certo non tacerò l’irritazione che ci davano le sue battute contro il nostro “populismo”. Eppure nella sua freddezza, nella sua capacità di richiamarci al dovere dell’analisi, si manifestava un suo modo originale di essere comunista ed intellettuale, di stabilire una coerenza di metodo e di fatti tra la professione e la vita, tra il privato ed il politico. Essere comunista, essere politico, significava per lui una cosa che non investiva il tempo libero o l’attività politica strettamente intesa, ma il modo di vivere la sua vita da militante e dirigente comunista, la sua scelta di scienziato.
Gernaldo giudicava e misurava alla svelta un po’ tutto: il suo tempo, gli uomini, i fatti, le nostre speranze; aveva un rapporto quasi aspro e risentito con le cose, ma senza atteggiamenti da intellettuale e soprattutto senza risparmiarsi.
Mai nessuno ha potuto giudicarlo come uomo di potere, nonostante le responsabilità di dirigente politico o quelle scientifiche che ha ricoperto. Non si è mai vantato dei suoi meriti politici e scientifici (atteggiamento pure così tipico – e in qualche misura corruttivo – degli anziani verso i giovani). Mai noi lo abbiamo sentito enfatizzare il suo passato che pure ci appare così degno di memoria, così intimamente legato alla storia delle sofferenze, delle lotte e delle vittorie di un pezzo importante della società italiana.
Scarsamente parlava di sé e non si faceva alcuna concessione. Io ho scoperto solo a Roma – da un anziano collega della mia Facoltà di magistero - fatti e circostanza della sua milizia e delle discriminazioni da lui subite che hanno decisivamente contribuito a fare di lui un riferimento culturale del nostro territorio. E mi piace ricordarlo insieme a dirigenti contadini politicamente lucidi, che hanno costruito un pezzo di futuro.
Negli anni dell’anticomunismo rozzo ed arrogante imperante in tutti i paesi come il nostro, l’immagine della diversità e della solitudine di quest’uomo è stata per noi studenti o giovani laureati un’immagine affascinante, che ci ha educato quanto l’alta esperienza politica, lo studio, il lavoro. Per noi Petracchi è stato – in modo laico e brusco, talvolta autoritario – un educatore. Sembrava quasi che avere fatto sua – lui che era così laico – una massima dei grandi riformatori religiosi dell’istruzione, secondo i quali “educare è più che governare”. Parlare con lui era una scuola. Egli ha vissuto, certo con limiti ed in modo personale, l’avventura di un intellettuale di parte.
Mario Morcellini
Preside della Facoltà di Scienze della Comunicazione
Università di Roma La Sapienza