21/01/2026
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𝗚𝗛𝗜𝗡𝗢 𝗗𝗜 𝗧𝗔𝗖𝗖𝗢,
𝗜𝗟 𝗕𝗔𝗡𝗗𝗜𝗧𝗢 𝗚𝗘𝗡𝗧𝗜𝗟𝗨𝗢𝗠𝗢
𝙂𝙝𝙞𝙣𝙤 𝙙𝙞 𝙏𝙖𝙘𝙘𝙤 è stato un famoso 𝙗𝙧𝙞𝙜𝙖𝙣𝙩𝙚 nato nella seconda metà del XIII secolo, l’anno di nascita è piuttosto incerto, ma la collocazione storica è, invece, certa. Negli anni '80, mentre il 𝙋𝙎𝙄 di 𝘽𝙚𝙩𝙩𝙞𝙣𝙤 𝘾𝙧𝙖𝙭𝙞 godeva di grande potere, il direttore di 𝙍𝙚𝙥𝙪𝙗𝙗𝙡𝙞𝙘𝙖, 𝙀𝙪𝙜𝙚𝙣𝙞𝙤 𝙎𝙘𝙖𝙡𝙛𝙖𝙧𝙞, paragonò sarcasticamente il 𝙋𝙖𝙧𝙩𝙞𝙩𝙤 𝙎𝙤𝙘𝙞𝙖𝙡𝙞𝙨𝙩𝙖 a 𝙂𝙝𝙞𝙣𝙤 𝙙𝙞 𝙏𝙖𝙘𝙘𝙤 che "taglieggiava" la politica italiana, criticando la sua "rendita di posizione". In un gesto di autoironia e sfida, 𝘽𝙚𝙩𝙩𝙞𝙣𝙤 𝘾𝙧𝙖𝙭𝙞, 𝖽𝗂 𝖼𝗎𝗂 𝗈𝗀𝗀𝗂 𝗋𝗂𝖼𝖼𝗈𝗋𝗋𝖾 𝗅`𝖺𝗇𝗇𝗂𝗏𝖾r𝗌𝖺𝗋𝗂𝗈 𝖽𝗂 𝗆𝗈𝗋𝗍𝖾 𝖺𝗏𝗏𝖾𝗇𝗎𝗍𝖺 "𝗂𝗇 𝖾𝗌𝗂𝗅𝗂𝗈" 𝖺𝖽 𝙃𝙖𝙢𝙢𝙖𝙢𝙚𝙩 𝗂𝗅 19 𝖦ennaio 2000, iniziò a firmare alcuni suoi articoli sull`𝘼𝙫𝙖𝙣𝙩𝙞! (organo 𝖽𝗂 𝗌𝗍𝖺𝗆𝗉𝖺 del 𝙋𝙎𝙄) con lo pseudonimo di 𝙂𝙝𝙞𝙣𝙤 𝙙𝙞 𝙏𝙖𝙘𝙘𝙤, trasformando un insulto in un simbolo di orgoglio e rivendicazione.
La sua storia 𝖽𝗂 𝙂𝙝𝙞𝙣𝙤 𝙙𝙞 𝙏𝙖𝙘𝙘𝙤, però, non è in nulla simile a quella di altri briganti: nasce da uno dei più importanti casati senesi, la famiglia 𝘾𝙖𝙘𝙘𝙞𝙖𝙘𝙤𝙣𝙩𝙞 𝙈𝙤𝙣𝙖𝙘𝙝𝙚𝙨𝙘𝙝𝙞 𝙋𝙚𝙘𝙤𝙧𝙖𝙞, alla 𝙁𝙧𝙖𝙩𝙩𝙖, un antico feudo posto tra 𝙏𝙤𝙧𝙧𝙞𝙩𝙖 𝙙𝙞 𝙎𝙞𝙚𝙣𝙖 e 𝙎𝙞𝙣𝙖𝙡𝙪𝙣𝙜𝙖. È il figlio, assieme al fratello minore 𝙏𝙪𝙧𝙞𝙣𝙤, del conte ghibellino 𝙏𝙖𝙘𝙘𝙤 𝙙𝙞 𝙐𝙜𝙤𝙡𝙞𝙣𝙤 e di una 𝙏𝙤𝙡𝙤𝙢𝙚𝙞.
Il padre 𝙏𝙖𝙘𝙘𝙤 assieme ai figli 𝙂𝙝𝙞𝙣𝙤 e 𝙏𝙪𝙧𝙞𝙣𝙤 e ad uno zio, di nome 𝙂𝙝𝙞𝙣𝙤 anch’esso, erano soliti commettere furti e rapine nell’area della 𝙑𝙖𝙡 𝙙𝙞 𝘾𝙝𝙞𝙖𝙣𝙖 senese. Viene spontaneo chiedersi perché una famiglia nobile avrebbe dovuto esercitare questa attività illegale. Probabilmente questo avveniva in seguito al prelievo della ricchezza terriera esercitato dalla Chiesa senese a favore dello Stato Pontificio, 𝙩𝙖𝙨𝙨𝙖 𝙧𝙞𝙩𝙚𝙣𝙪𝙩𝙖 𝙚𝙘𝙘𝙚𝙨𝙨𝙞𝙫𝙖 dai 𝙣𝙤𝙗𝙞𝙡𝙪𝙤𝙢𝙞𝙣𝙞 𝙜𝙝𝙞𝙗𝙚𝙡𝙡𝙞𝙣𝙞 𝙙𝙚𝙡𝙡𝙖 𝙁𝙧𝙖𝙩𝙩𝙖, che, facendo parte di una famiglia potentissima, godevano di una sorta di impunità nei confronti delle scorrerie che praticavano.
L’impunità, però, decadde nel 1279, a seguito degli scontri collegati all’occupazione del 𝘾𝙖𝙨𝙩𝙚𝙡𝙡𝙤 𝙙𝙞 𝙏𝙤𝙧𝙧𝙞𝙩𝙖 𝙙𝙞 𝙎𝙞𝙚𝙣𝙖; questi accadimenti fecero sì che la 𝙍𝙚𝙥𝙪𝙗𝙗𝙡𝙞𝙘𝙖 𝙙𝙞 𝙎𝙞𝙚𝙣𝙖 cominciò a dare la caccia alla 𝘽𝙖𝙣𝙙𝙖 𝙙𝙚𝙞 𝙌𝙪𝙖𝙩𝙩𝙧𝙤, temuta ghenga di briganti, che alla fine venne catturata. In esecuzione della sentenza del famoso 𝙜𝙞𝙪𝙧𝙞𝙨𝙩𝙖 𝘽𝙚𝙣𝙞𝙣𝙘𝙖𝙨𝙖 𝙙𝙖 𝙇𝙖𝙩𝙚𝙧𝙞𝙣𝙖, i membri maggiorenni della banda, ovvero padre e zio, vennero 𝙩𝙤𝙧𝙩𝙪𝙧𝙖𝙩𝙞 𝙚 𝙜𝙞𝙪𝙨𝙩𝙞𝙯𝙞𝙖𝙩𝙞 𝙥𝙚𝙧 𝙞𝙢𝙥𝙞𝙘𝙘𝙖𝙜𝙞𝙤𝙣𝙚 in 𝙋𝙞𝙖𝙯𝙯𝙖 𝙙𝙚𝙡 𝘾𝙖𝙢𝙥𝙤 a 𝙎𝙞𝙚𝙣𝙖, mentre 𝙂𝙝𝙞𝙣𝙤 e il fratello si salvarono in virtù alla loro minore età.
Nel 1290 𝙂𝙝𝙞𝙣𝙤 𝙙𝙞 𝙏𝙖𝙘𝙘𝙤 ricominciò l’attività di brigante e manifestò la volontà di occupare una fortezza nei pressi di 𝙎𝙞𝙣𝙖𝙡𝙪𝙣𝙜𝙖 senza l'autorizzazione del 𝘾𝙤𝙢𝙪𝙣𝙚 𝙙𝙞 𝙎𝙞𝙚𝙣𝙖, che, per contro, lo bandì dal territorio della 𝙍𝙚𝙥𝙪𝙗𝙗𝙡𝙞𝙘𝙖. 𝙂𝙝𝙞𝙣𝙤, dunque, fuggì, occupando la 𝙁𝙤𝙧𝙩𝙚𝙯𝙯𝙖 𝙙𝙞 𝙍𝙖𝙙𝙞𝙘𝙤𝙛𝙖𝙣𝙞, fino ad allora ritenuta impenetrabile, situata sempre nel territorio senese, ma a confine con lo 𝙎𝙩𝙖𝙩𝙤 𝙋𝙤𝙣𝙩𝙞𝙛𝙞𝙘𝙞𝙤. Questa divenne il suo covo e base dalla quale partivano le sue 𝙨𝙘𝙤𝙧𝙧𝙞𝙗𝙖𝙣𝙙𝙚.
Erano oggetto delle sue imboscate, principalmente, i 𝙫𝙞𝙖𝙣𝙙𝙖𝙣𝙩𝙞 che percorrevano la 𝙑𝙞𝙖 𝙁𝙧𝙖𝙣𝙘𝙞𝙜𝙚𝙣𝙖. Ma 𝙂𝙝𝙞𝙣𝙤 𝙙𝙞 𝙏𝙖𝙘𝙘𝙤 era un 𝙗𝙖𝙣𝙙𝙞𝙩𝙤 𝙜𝙚𝙣𝙩𝙞𝙡𝙪𝙤𝙢𝙤: praticava furti e rapine, ma faceva in modo di lasciare ai malcapitati sempre qualcosa di cui vivere. Si informava prima della loro situazione economica, poi li derubava, ma non completamente, facendo in modo che rimanesse loro, comunque, di che sfamarsi. Ed è per questo che lasciava proseguire senza rapinare i 𝙥𝙤𝙫𝙚𝙧𝙞 e gli 𝙨𝙩𝙪𝙙𝙚𝙣𝙩𝙞.
Questo suo operato gli procurò una certa fama, in virtù della quale decise di vendicare la morte del padre: 𝙂𝙝𝙞𝙣𝙤 𝙙𝙞 𝙏𝙖𝙘𝙘𝙤 si recò a 𝙍𝙤𝙢𝙖, accompagnato da una sorta di 𝙚𝙨𝙚𝙧𝙘𝙞𝙩𝙤 𝙙𝙞 𝙘𝙞𝙧𝙘𝙖 𝙦𝙪𝙖𝙩𝙩𝙧𝙤𝙘𝙚𝙣𝙩𝙤 𝙪𝙤𝙢𝙞𝙣𝙞, alla ricerca del 𝙜𝙞𝙪𝙙𝙞𝙘𝙚 𝘽𝙚𝙣𝙞𝙣𝙘𝙖𝙨𝙖 𝙙𝙖 𝙇𝙖𝙩𝙚𝙧𝙞𝙣𝙖, che nel frattempo era diventato un importante membro della corte dello 𝙎𝙩𝙖𝙩𝙤 𝙋𝙤𝙣𝙩𝙞𝙛𝙞𝙘𝙞𝙤 sotto il pontificato di 𝘽𝙤𝙣𝙞𝙛𝙖𝙘𝙞𝙤 𝙑𝙄𝙄𝙄. Una volta trovato, 𝙂𝙝𝙞𝙣𝙤 𝙙𝙞 𝙏𝙖𝙘𝙘𝙤 si fece giustizia da solo decapitando il 𝙜𝙞𝙪𝙙𝙞𝙘𝙚 𝘽𝙚𝙣𝙞𝙣𝙘𝙖𝙨𝙖 con un atto di temeraria audacia nell'aula stessa dove questi sedeva in funzione di giudice del tribunale senatorio.
L'episodio è riportato da 𝘿𝙖𝙣𝙩𝙚 𝘼𝙡𝙞𝙜𝙝𝙞𝙚𝙧𝙞:
❝ ¹³ 𝘘𝘶𝘪𝘷`𝘦𝘳𝘢 𝘭`𝘈𝘳𝘦𝘵𝘪𝘯 𝘤𝘩𝘦 𝘥𝘦 𝘭𝘦 𝘣𝘳𝘢𝘤𝘤𝘪𝘢
𝘧𝘪𝘦𝘳𝘦 𝘥𝘪 𝘎𝘩𝘪𝘯 𝘥𝘪 𝘛𝘢𝘤𝘤𝘰 𝘦𝘣𝘣𝘦 𝘭𝘢 𝘮𝘰𝘳𝘵𝘦,
𝘿𝙖𝙣𝙩𝙚 𝘼𝙡𝙞𝙜𝙝𝙞𝙚𝙧𝙞
𝙇𝙖 𝘿𝙞𝙫𝙞𝙣𝙖 𝘾𝙤𝙢𝙢𝙚𝙙𝙞𝙖
𝘗𝘶𝘳𝘨𝘢𝘵𝘰𝘳𝘪𝘰 - 𝘊𝘢𝘯𝘵𝘰 𝘝𝘐 - 𝘷𝘷. 13-14.
Tra le anime dei 𝙢𝙤𝙧𝙩𝙞 𝙥𝙚𝙧 𝙛𝙤𝙧𝙯𝙖 il poe𝗍a 𝘿𝙖𝙣𝙩𝙚 𝘼𝙡𝙞𝙜𝙝𝙞𝙚𝙧𝙞 incontra sia 𝘽𝙚𝙣𝙞𝙣𝙘𝙖𝙨𝙖 𝙙𝙖 𝙇𝙖𝙩𝙚𝙧𝙞𝙣𝙖 (𝘭`𝘈𝘳𝘦𝘵𝘪𝘯) che 𝙂𝙝𝙞𝙣𝙤 𝙙𝙞 𝙏𝙖𝙘𝙘𝙤.
Dopo il teatrale 𝙜𝙚𝙨𝙩𝙤 𝙙𝙞 𝙫𝙚𝙣𝙙𝙚𝙩𝙩𝙖 nei confronti del giudice che aveva sentenziato la morte del padre e dello zio, che non fece altro che alimentare la sua ormai affermatissima fama di guerriero imbattibile, 𝙂𝙝𝙞𝙣𝙤 𝙙𝙞 𝙏𝙖𝙘𝙘𝙤 riprese la sua attività di 𝙗𝙧𝙞𝙜𝙖𝙣𝙩𝙖𝙜𝙜𝙞𝙤 in Val d’Orcia e dintorni.
Durante una delle sue scorribande si imbatte nell’𝙖𝙗𝙖𝙩𝙚 𝙙𝙞 𝘾𝙡𝙪𝙣𝙮, che era di ritorno da 𝙍𝙤𝙢𝙖, dove si era recato per consegnare a 𝙥𝙖𝙥𝙖 𝘽𝙤𝙣𝙞𝙛𝙖𝙘𝙞𝙤 𝙑𝙄𝙄𝙄 il frutto della riscossione dei crediti della Chiesa francese. Durante il tragitto, l’abate aveva deciso di fare una sosta a 𝙎𝙖𝙣 𝘾𝙖𝙨𝙘𝙞𝙖𝙣𝙤 𝙙𝙚𝙞 𝘽𝙖𝙜𝙣𝙞 per usufruire dei benefici delle 𝙖𝙘𝙦𝙪𝙚 𝙩𝙚𝙧𝙢𝙖𝙡𝙞 per curare i suoi 𝙢𝙖𝙡𝙖𝙣𝙣𝙞 𝙖𝙡 𝙛𝙚𝙜𝙖𝙩𝙤 𝙚 𝙖𝙡𝙡𝙤 𝙨𝙩𝙤𝙢𝙖𝙘𝙤.
𝙂𝙝𝙞𝙣𝙤, saputo del passaggio in zona dell’importante e ricco abate, organizzò un’imboscata e lo rapì, rinchiudendolo nella 𝙍𝙤𝙘𝙘𝙖 𝙙𝙞 𝙍𝙖𝙙𝙞𝙘𝙤𝙛𝙖𝙣𝙞, nutrendolo solo a 𝙥𝙖𝙣𝙚 𝙚 𝙛𝙖𝙫𝙚 𝙨𝙚𝙘𝙘𝙝𝙚. Per questa particolare 𝙙𝙞𝙚𝙩𝙖 che fece immediatamente passare i 𝙙𝙞𝙨𝙩𝙪𝙧𝙗𝙞 𝙜𝙖𝙨𝙩𝙧𝙞𝙘𝙞 gastrici all’abate, si narra che 𝙂𝙝𝙞𝙣𝙤 𝙙𝙞 𝙏𝙖𝙘𝙘𝙤 chiese ad esso solo l’equivalente di quello che avrebbe speso alle terme. Per questo speciale trattamento ricevuto, l’𝙖𝙗𝙖𝙩𝙚 𝙙𝙞 𝘾𝙡𝙪𝙣𝙮 convinse il 𝙥𝙖𝙥𝙖 𝘽𝙤𝙣𝙞𝙛𝙖𝙘𝙞𝙤 𝙑𝙄𝙄𝙄 a perdonare 𝙂𝙝𝙞𝙣𝙤 𝙙𝙞 𝙏𝙖𝙘𝙘𝙤 per l’assassinio del 𝙜𝙞𝙪𝙙𝙞𝙘𝙚 𝘽𝙚𝙣𝙞𝙣𝙘𝙖𝙨𝙖, facendolo nominare addirittura 𝘾𝙖𝙫𝙖𝙡𝙞𝙚𝙧𝙚 𝙙𝙞 𝙎𝙖𝙣 𝙂𝙞𝙤𝙫𝙖𝙣𝙣𝙞 e 𝙁𝙧𝙞𝙚𝙧𝙚 𝙙𝙚𝙡𝙡`𝙊𝙨𝙥𝙚𝙙𝙖𝙡𝙚 𝙙𝙞 𝙎𝙖𝙣𝙩𝙤 𝙎𝙥𝙞𝙧𝙞𝙩𝙤.
𝙂𝙞𝙤𝙫𝙖𝙣𝙣𝙞 𝘽𝙤𝙘𝙘𝙖𝙘𝙘𝙞𝙤 cita il 𝙗𝙧𝙞𝙜𝙖𝙣𝙩𝙚 𝙗𝙪𝙤𝙣𝙤 nel 𝘿𝙚𝙘𝙖𝙢𝙚𝙧𝙤𝙣𝙚 parlando del sequestro dell'𝙖𝙗𝙖𝙩𝙚 𝙙𝙞 𝘾𝙡𝙪𝙣𝙮, nella 𝘐𝘐 𝘯𝘰𝘷𝘦𝘭𝘭𝘢 del 𝘟 𝘨𝘪𝘰𝘳𝘯𝘰:
❝ 𝘎𝘩𝘪𝘯𝘰 𝘥𝘪 𝘛𝘢𝘤𝘤𝘰 𝘱𝘪𝘨𝘭𝘪𝘢 𝘭`𝘢𝘣𝘢𝘵𝘦 𝘥𝘪 𝘊𝘭𝘪𝘨𝘯𝘪´ 𝘦 𝘮𝘦𝘥𝘪𝘤𝘢𝘭𝘰 𝘥𝘦𝘭 𝘮𝘢𝘭𝘦 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘰 𝘴𝘵𝘰𝘮𝘢𝘤𝘰 𝘦 𝘱𝘰𝘪 𝘪𝘭 𝘭𝘢𝘴𝘤𝘪𝘢 𝘲𝘶𝘢𝘭𝘦, 𝘵𝘰𝘳𝘯𝘢𝘵𝘰 𝘪𝘯 𝘤𝘰𝘳𝘵𝘦 𝘥𝘪 𝘙𝘰𝘮𝘢, 𝘭𝘶𝘪 𝘳𝘪𝘤𝘰𝘯𝘤𝘪𝘭𝘪𝘢 𝘤𝘰𝘯 𝘉𝘰𝘯𝘪𝘧𝘢𝘻𝘪𝘰 𝘱𝘢𝘱𝘢 𝘦 𝘧𝘢𝘭𝘭𝘰 𝘧𝘳𝘪𝘦𝘵𝘦 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘰 𝘚𝘱𝘦𝘥𝘢𝘭𝘦.
Sugli ultimi anni della vita di 𝙂𝙝𝙞𝙣𝙤 𝙙𝙞 𝙏𝙖𝙘𝙘𝙤 non si conosce moltissimo: alcune fonti riportano che sia morto a 𝙍𝙤𝙢𝙖, altre, le più accreditate, nei dintorni dei suoi luoghi di nascita, conducendo una vita da gentiluomo dopo aver ricevuto il perdono papale. Tra quelli che ritengono che 𝙂𝙝𝙞𝙣𝙤 sia morto a 𝙎𝙞𝙣𝙖𝙡𝙪𝙣𝙜𝙖 vi è 𝘽𝙚𝙣𝙫𝙚𝙣𝙪𝙩𝙤 𝙙𝙖 𝙄𝙢𝙤𝙡𝙖, ritenuto abbastanza attendibile perché quasi 𝙘𝙤𝙚𝙫𝙤 𝙙𝙞 𝙂𝙝𝙞𝙣𝙤, del quale diceva, tra l'altro, che «𝘯𝘰𝘯 𝘧𝘶 𝘪𝘯𝘧𝘢𝘮𝘦 𝘤𝘰𝘮𝘦 𝘢𝘭𝘤𝘶𝘯𝘪 𝘴𝘤𝘳𝘪𝘷𝘰𝘯𝘰 [...] 𝘮𝘢 𝘧𝘶 𝘶𝘰𝘮𝘰 𝘮𝘪𝘳𝘢𝘣𝘪𝘭𝘦, 𝘨𝘳𝘢𝘯𝘥𝘦, 𝘷𝘪𝘨𝘰𝘳𝘰𝘴𝘰», contribuendo all'opera di riabilitazione del personaggio, già iniziata da 𝘿𝙖𝙣𝙩𝙚 𝘼𝙡𝙞𝙜𝙝𝙞𝙚𝙧𝙞 prima e 𝙂𝙞𝙤𝙫𝙖𝙣𝙣𝙞 𝘽𝙤𝙘𝙘𝙖𝙘𝙘𝙞𝙤 poi. Non appare improbabile che 𝘿𝙖𝙣𝙩𝙚 𝘼𝙡𝙞𝙜𝙝𝙞𝙚𝙧𝙞, bandito e condannato a morte dal governo guelfo di 𝙁𝙞𝙧𝙚𝙣𝙯𝙚, potesse sentirsi in qualche modo solidale con il feudatario senese che allora «𝘤𝘶𝘮 𝘴𝘶𝘪𝘴 𝘱𝘳𝘦𝘥𝘰𝘯𝘪𝘣𝘶𝘴 𝘵𝘦𝘯𝘦𝘣𝘢𝘵 𝘵𝘰𝘵𝘢𝘮 𝘛𝘶𝘴𝘤𝘪𝘢𝘮 𝘪𝘯 𝘣𝘳𝘪𝘨𝘢 𝘦𝘵 𝘵𝘪𝘮𝘰𝘳𝘦».
✅ La possente 𝙍𝙤𝙘𝙘𝙖 𝙙𝙞 𝙍𝙖𝙙𝙞𝙘𝙤𝙛𝙖𝙣𝙞 svetta da più di mille anni, fu nominata per la prima volta nel 973, dalla cima di una imponente rupe basaltica di 896 metri, dalla quale domina tutto il territorio posto fra il 𝙈𝙤𝙣𝙩𝙚 𝘾𝙚𝙩𝙤𝙣𝙨, la 𝙑𝙖𝙡 𝙙`𝙊𝙧𝙘𝙞𝙖 e il 𝙈𝙤𝙣𝙩𝙚 𝘼𝙢𝙞𝙖𝙩𝙖. Ai suoi piedi passava un antico passo della 𝙑𝙞𝙖 𝘾𝙖𝙨𝙨𝙞𝙖, poi 𝙁𝙧𝙖𝙣𝙘𝙞𝙜𝙚𝙣𝙖 o 𝙍𝙤𝙢𝙚𝙖, e fu senza dubbio questo a determinare la sua nascita e la sua storia, da sempre indissolubilmente legata a questa strada.
📸 Credits: Giorgio Teti
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