26/05/2026
«“Proprio di questo si tratta, al termine dell’analisi, di un crepuscolo, di un declino dell’immaginario del mondo e addirittura di un’esperienza al limite della depersonalizzazione. È allora che il contingente cade […] e l’essere viene a costituirsi” […].
In questa prospettiva, il fine dell’analisi non coincide con una semplice ricostruzione biografica o con la guarigione sintomatica, ma con un movimento più radicale: uno spostamento di posizione, un “rovesciamento” tra Io ed Es, che implica un’esperienza non ordinaria della temporalità […].
È in questo senso che la formula freudiana “Wo Es war soll Ich werden” si intreccia con l’imperativo nietzscheano del “divenire ciò che si è”: entrambe rinviano a un processo in cui il soggetto è chiamato ad assumere su di sé il proprio divenire, attraversando ciò che lo eccede […].
L’analisi si configura così come un percorso in cui, cadendo il contingente – “l’accidentale, il traumatismo, gli strappi della storia” – emerge una dimensione dell’essere che non coincide con una sostanza originaria, ma con un effetto di trasformazione […].
Diventare ciò che si è implica allora uno scarto: non il riconoscimento di un’identità già data, ma l’esperienza di una differenza interna, di un movimento in cui il soggetto si costituisce solo attraversando ciò che lo disloca».
La finezza di una traduzione infedele. Il termine dell’analisi tra mistica e filosofia.
Luca Lupo, pp. 180-206.
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