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WOUND CARE MENAGEMENT: IL TRIANGOLO DEL WOUND ASSESSMENTLa presenza di lesioni a livello cutaneo è senza ombra di dubbio...
10/11/2017

WOUND CARE MENAGEMENT: IL TRIANGOLO DEL WOUND ASSESSMENT

La presenza di lesioni a livello cutaneo è senza ombra di dubbio indice della qualità di assistenza che un paziente riceve. Se intendiamo quest’ultima come la capacità che un professionista sanitario ha nell’immedesimarsi nel processo di cura, migliorando così la qualità della vita e dello stato di salute di una persona/popolazione, allora la presenza e la relativa gestione delle lesioni cutanee, come ad esempio le ulcere da pressione, sono ottimi indicatori di ciò.
L’infermiere Wound Care (dall’inglese wound = lesione e to care = curare) è l’infermiere specializzato ad adempire in questo ruolo, gestendo la medicazione ed il processo di guarigione di tali lesioni.
Prima di definire quali siano gli strumenti utilizzati nel favorire il processo di guarigione, analizziamo prima gli strumenti valutativi messi a disposizione, utili a favorire l’analisi dell’eziologia della lesione .
La guarigione di una lesione è un fenomeno sistemico che richiede livelli di perfusione e ossigenazione adeguati, depositi proteici e assunzione di energia sufficienti a sostenere l’anabolismo, livelli glicemici accettabili, competenza immunitaria dell’ospite e assenza di terapie citotossiche. Questo significa che la gestione esaustiva di una lesione deve includere una valutazione attenta dello stato di salute complessivo del soggetto e dei fattori che possono compromettere la guarigione, prestando attenzione a ottimizzare le condizioni complessive del paziente e a eliminare gli ostacoli alla riparazione.
Nell’approccio alla cura di una lesione oggi viene considerato il Triangolo del Wound Assesment: tale valutazione amplia la classica valutazione effettuata con il modello T.I.M.E. (Tissue = Tessuto, Infection / Inflammation = Infezione / Infiammazione, Moisture = Umidità ed Edge = Bordi) espandendone la visione sino all’intero letto della lesione, avendo così un esame più attento, globale e dettagliato.
Una valutazione corretta ed una diagnosi rapida dei problemi localizzati al letto della lesione, al bordo della lesione e alla cute perilesionale fa sì che gli interventi possano migliorare il decorso clinico del paziente, riducendo così i tempi di guarigione. Soprattutto nel caso di lesioni croniche, lo stato della cute circostante è un ottimo indice riguardo l’attività di ricrescita e sviluppo della cute.
Tale strumento può essere utilizzato nella cura di una enorme quantità lesioni, come le ulcere venose degli arti inferiori (VLU), ulcere del piede diabetico (DFU) ed ovviamente ulcere da pressione.
La medicazione dovrà essere quindi scelta in base agli esiti valutativi ottenuti nel precedente step e può comprendere diversi strumenti, quali:

Schiume in poliuretano: sono medicazioni permeabili ai gas ma idrorepellenti ai batteri, dotate di elevato potere idrofilo, adatte a ferite a media/elevata essudazione e con importante carica necrotica. Esse possono essere lasciate in sede fino a 7 giorni.

Alginati di calcio: gli alginati di calcio sono sostanze contenute all’interno delle alghe brune ed in grado di accelerare la cicatrizzazione delle ferite e l’emostasi, ovvero la coagulazione del sangue. Infatti sono indicati per lesioni ipersecernenti ed infette, evitando così il rischio di macerazione. Queste medicazioni non superano però un tempo medio di permanenza di 3 giorni e non sono indicate su ferite asciutte ed ovviamente per pazienti allergici ai derivati delle alghe.

Idrocolloidi: sono sostanze che si trovano in uno stato colloidale, formate da acqua e molecole polisaccaridiche, che formano le fibre che trattengono le molecole di acqua. Sono indicati per lesioni con essudato scarso e moderato e nelle situazioni in cui è necessaria un occlusione (Piocianeo). Fungono da barriera antibatterica e facilitano la detersione autolitica favorendo la granulazione. Quando si verifica il cambio di colore da opaco a bianco e translucido della medicazione significa che vi è la necessità di cambiare la medicazione, che ha comunque un tempo massimo di permanenza di di 7 giorni.

Idrogel: sono sostanze indicate per specifiche per ulcere necrotiche e/o fibrinose: esse infatti esercitano una azione idratante sul tessuto necrotico secco, favorendone la detersione autolitica e la formazione di tessuto di granulazione. Gli idrogel hanno deboli proprietà antibatteriche; è quindi consigliato sostituire la medicazione ogni 24/72 ore in relazione alle condizioni della ferita e alla quantità di essudato presente.

Film di poliuretano: sono dei film adesivi, permeabili ai gas ed impermeabili all’acqua ed ai batteri, indicati per trattamento di lesioni in fase di riepitelizzazione.

Carbossimetilcellulosa (C.M.C.): sono medicazioni soffici che sfruttano l’essudato della ferita stessa per mantenere un ambiente umido e favorire la granulazione. In alcune è presente argento ionico, che contribuisce a creare un adeguato ambiente antimicrobico. L’ Idrofibra può essere utilizzata nelle ulcere diabetiche, ulcere venose, arteriose, miste da decubito, ferite chirurgiche e traumatiche, mentre l’ Idrofibra con argento è indicata in ferite con presenza di infezione o con rischio elevato di infezioni.

Bendaggio compressivo: medicazione realizzata creando una elastocompressione multistrato sostenuta e graduata mediante l’uso di garze e medicazioni compressive. Il suo impiego riduce l’edema e l’essudato, ed è indicato nella cura delle ulcere venose dell’arto inferiore. E’ importante assicurare una pressione sufficiente ma non eccessiva, onde evitare la necrosi dei tessuti dovuta all’ipossia ischemica.

Terapia a pressione negativa (V.A.C. Therapy): la terapia a pressione negativa, conosciuta con l’acronimo V.A.C. (Vacuum Assisted Closure), è una metodica non invasiva che utilizza la pressione negativa per creare il vuoto a livello del letto della lesione, favorendone così la ricrescita cellulare. Mediante una p***a aspirante si raggiunge la pressione negativa nel sito della ferita, opportunamente isolato; la creazione di un ambiente isolato e “sottovuoto” favorisce il flusso ematico e la ricrescita dei tessuti lesi, sfavorendo invece lo sviluppo della carica batterica, e quindi di eventuali infezioni. La pressione esercitata sul sito della ferita è all’incirca di -125 mmHg (circa dieci volte più bassa della pressione usata per un normale drenaggio toracico posizionato dopo un intervento di chirurgia toracica).

COME SI LEGGE L’E.C.G. ?L’ E.C.G. , sigla che indica l’elettrocardiogramma, è una esatta riproduzione grafica dell’attiv...
08/11/2017

COME SI LEGGE L’E.C.G. ?
L’ E.C.G. , sigla che indica l’elettrocardiogramma, è una esatta riproduzione grafica dell’attività elettrica del cuore durante la sua attività. Sviluppato nel XIX secolo dal fisiologo olandese, nonché premio Nobel per la Medicina nel 1924, Willem Einthoven, esso permette di registrare con precisione gli impulsi elettrici presenti nel miocardio, che ,durante l’attività cardiaca, generano così una differenza di potenziale.

Tutti noi sappiamo quanto l’E.C.G. sia importante, specie nella medicina d’emergenza, nel poter fare diagnosi, da un lato, e permettere un’adeguata assistenza al paziente, dall’altro. A questo punto sorge spontaneo chiedersi: cosa indicano le onde presenti nell’E.C.G.?

L’E.C.G. è composto da un complesso di onde denominate PQRST, che rispettivamente indicano:

ONDA P: è la prima onda che compare nell’attività elettrica del ciclo cardiaco; essa rappresenta la depolarizzazione di entrambi gli atri, e la sua durata è piuttosto limitata, data la rapida contrazione di questi. La sua presenza permette di definire un ritmo sinusale.

INTERVALLO PQ ( o PR): intervallo tra l’inizio dell’onda P e l’inizio del complesso QRS. Rappresenta il tempo di conduzione dell’impulso elettrico a livello atrioventricolare, ovvero il tempo necessario affinché l’impulso viaggi dall’atrio al ventricolo. Ha una durata compresa tra 120 e 200 ms.

COMPLESSO QRS: composto dalle tre onde Q, R e S; esso rappresenta la depolarizzazione e attivazione dei due ventricoli, dovuti grazie alla diffusione dell’impulso elettrico attraverso la muscolatura del miocardio. La sua durata è di norma inferiore a 120 ms.

TRATTO ST: di norma isoelettrico, si estende dalla fine del complesso QRS all’onda T; esso rappresenta il tempo in cui il miocardio rimane depolarizzato e pertanto non sono rilevabili stimoli elettrici.

ONDA T: di norma asimmetrica, esprime la ripolarizzazione dei ventricoli.

Nell’E.C.G. non è visibile invece un’onda di ripolarizzazione degli atri, perché la contemporanea depolarizzazione dei ventricoli maschera le variazioni di potenziale relative a quest’evento che avvengono simultaneamente al primo evento.

Oltre a tale complesso per un’esatta lettura dell’elettrocardiogramma è necessaria anche la valutazione di altri due complessi, ovvero:

INTERVALLO QT: L'intervallo QT esprime il tempo necessario al miocardio, a livello ventricolare, per depolarizzarsi e ripolarizzarsi. Tale durata è normalmente compresa 350 e 420 ms, ma, data la sua dipendenza dalla frequenza cardiaca, risulta nella normalità quando minore della metà di RR.

TRATTO RR: è la distanza che intercorre tra un complesso e il successivo, ovvero la frequenza cardiaca.

Unendo questi tasselli è possibile quindi capire la funzionalità cardiaca e l’effettiva capacità di questo importante organo.

COSA SIGNIFICANO QUEI COLORI SULLE PROVETTE?Solitamente durante la procedura di prelievo ematico il sangue viene conserv...
08/11/2017

COSA SIGNIFICANO QUEI COLORI SULLE PROVETTE?

Solitamente durante la procedura di prelievo ematico il sangue viene conservato in specifiche provette che, al fine di mantenerne la sterilità e preservarne l'effettivo contenuto ematico, vengono poste sottovuoto ed in esse vengono inseriti specifici agenti chimici.
I colori posti su ognuna di esse sono degli indicatori del rispettivo agente chimico inserito.
In base a ciò:

- TAPPO ROSSO/GIALLO – non è presente l'anticoagulante:
le provette con questo tappo sono destinate ad essere utilizzate per esami sierologici. Su questo tipo di campione possiamo valutare una enorme vastità di analisi: enzimi epatici, ormoni tiroidei, titolo anticorpale. Attenzione però che la provetta non può essere utilizzata per i test di coagulazione, dal momento che il sangue ha già formato un coagulo e quindi i fattori di coagulazione sono già stati “consumati” durante il processo coagulativo.

- TAPPO VIOLA – E.D.T.A. (acido etilendiaminotetracetico): l’E.D.T.A. è un agente chimico anticoagulante in grado di sequestrare gli ioni Calcio, formando con esso dei sali insolubili: l’impossibilità di utilizzare tali ioni blocca così la cascata coagulativa. Questa provetta può essere usata direttamente sugli analizzatori automatici per eseguire l’esame emocromocitometrico (emoglobinemia, piastrinemia, ecc). L’E.D.T.A. infatti non altera la morfologia delle cellule del sangue ed entro le 3 ore dal prelievo si può usare il campione anche per effettuare degli esami bioptici al microscopio ottico.

- TAPPO AZZURRO – Sodio Citrato: anche questo anticoagulante, come l’EDTA, sequestra gli ioni Calcio. Il sangue trattato con sodio citrato viene utilizzato per la determinazione della V.E.S. (esame che misura la velocità di eritrosedimentazione, ovvero la velocità con cui i globuli rossi si depositano sul fondo, separandosi dal plasma), per lo studio dei fattori di coagulazione (fibrinogeno, PT, PTT) e per la determinazione della funzionalità piastrinica. Piccola curiosità: il sodio citrato è anche l’anticoagulante che viene utilizzato per il sangue delle trasfusioni.

- TAPPO GRIGIO – Fluoruro di Sodio: questo agente anticoagulante, oltre a sequestrare gli ioni Calcio, stabilizza anche la concentrazione di glucosio nel sangue, inibendo la glicolisi. Per questo motivo è usata molto negli esami ematici volti a determinare la glicemia, ovvero il tasso di zuccheri presenti nel sangue, giocando un ruolo importante nello svolgimento della diagnosi di diabete.

TAPPO VERDE – Eparina: l’eparina, al contrario degli altri anticoagulanti precedentemente citati, non agisce sugli ioni Calcio ma impedisce la formazione di trombina e fibrina. Essa è infatti un agente anticoagulante naturale, prodotta mastociti e granulociti al fine di bloccare la cascata coagulativa, legandosi con l'antitrombina III, un enzima inibitore della coagulazione. L’eparina viene quindi utilizzata nella determinazione plasmatica in laboratorio. Non può essere però usata però per l’esame emocromocitometrico, dal momento che altera la morfologia delle cellule del sangue e provoca aggregazione piastrinica.

Ecco il significato misterioso di quei colori sulle provette! :)

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