18/09/2026
La scuola del disarmo educativo.
Per una riflessione pubblica che vada oltre l’inutile asfissia securitaria
L’aggressione di questa mattina ai danni di una docente di lettere, a un anno dalla pensione, in una scuola secondaria di primo grado di Centocelle, alla periferia Est di Roma, ci colpisce. Si tratta di uno dei troppi episodi recenti che riempiono le pagine delle cronache del Paese.
Il primo pensiero va alla docente aggredita, alla comunità scolastica, alle lavoratrici e ai lavoratori, alle studentesse e agli studenti che hanno vissuto un episodio di violenza grave dentro un luogo che dovrebbe poter essere, prima di tutto, uno spazio di fiducia. Di fronte a fatti di questo tipo, la canea del dibattito pubblico opera semplificazioni utili solo alla rimozione, poco dopo l’evento, del fatto accaduto dalla memoria collettiva, come fosse l’ennesimo video da scorrere sui social network prima di passare a quello successivo. Da una parte l’idea che si tratti di un episodio isolato, riconducibile soltanto alla responsabilità individuale di chi lo ha compiuto. Dall’altra la tentazione di leggere la sicurezza scolastica esclusivamente attraverso il controllo, la sorveglianza, l’inasprimento delle sanzioni.
La tutela di chi lavora e studia nella scuola non è negoziabile. Ma se ci fermassimo qui, avremmo nominato il fatto senza comprenderne la portata. Allo stesso modo, sarebbe troppo semplice attribuire ai social network il ruolo di causa prima di ciò che accade. I social non costituiscono un mondo esterno alla società né una sorta di agente autonomo capace, da solo, di produrre comportamenti. Sono piuttosto uno dei luoghi nei quali prendono forma, vengono rappresentate, accelerate e talvolta amplificate dinamiche già presenti nei contesti sociali: il bisogno di riconoscimento, la competizione, l’esposizione di sé, l’umiliazione dell’altro, la ricerca dell’approvazione del gruppo, la difficoltà di stare nel conflitto e nella frustrazione. Attribuire tutto “ai social” rischia allora di assolvere il mondo adulto senza interrogare i contesti, le culture, le politiche e le pratiche che producono partecipazione oppure esclusione.
La violenza nella scuola non entra da un mondo esterno, separato o collocato nelle piattaforme social che assorbono tanto tempo e pensiero dei nostri studenti e delle nostre studentesse. Attraversa la società e le sue forme di rappresentazione, nella quale la scuola è immersa. Entrano nella scuola la crescente difficoltà di trasformare il conflitto in parola, l’incapacità di tollerare la frustrazione, la spettacolarizzazione dell’umiliazione, la ricerca di riconoscimento attraverso la forza, la progressiva perdita di luoghi nei quali ragazzi e adulti possano costruire relazioni non fondate sulla competizione, sulla paura o sulla sopraffazione.
La scuola non è immune da tutto questo. Non lo sono gli adulti di riferimento e nemmeno i giovani, che vanno educati alla scuola costituzionale. Ciononostante, la scuola resta ancora uno dei pochissimi luoghi pubblici nei quali tutto questo può essere trasformato. Per questa ragione il disarmo educativo è la grande opera di cui il nostro Paese ha davvero bisogno. Questo riteniamo debba essere il progetto politico e sociale su cui far convergere le istituzioni, le realtà sociali territoriali, le famiglie, e la comunità educante tutta. Disarmare significa costruire condizioni nelle quali la violenza non rappresenti il linguaggio più immediatamente disponibile. Significa creare contesti nei quali un conflitto possa essere riconosciuto prima di diventare rottura, una sofferenza possa essere intercettata prima di trasformarsi in isolamento, una difficoltà possa trovare adulti capaci di condividerne la responsabilità.
La scuola non può supplire indefinitamente a tutto ciò che viene meno intorno ad essa. Non può essere contemporaneamente scuola, presidio sociale, servizio psicologico, spazio aggregativo, luogo di compensazione delle disuguaglianze, argine alla dispersione, presidio di cittadinanza e comunità educante se tutte queste funzioni vengono progressivamente affidate esclusivamente alla buona volontà delle persone che nella scuola lavorano. L’idea di comunità educante, del resto, non coincide con il trasferimento di ogni responsabilità sulla scuola. Al contrario, presuppone reti, raccordi, corresponsabilità e interlocutori reali. Il disarmo educativo comincia allora in una scuola nella quale un docente non debba scegliere continuamente tra insegnare, ascoltare, compilare, segnalare, mediare e supplire alle assenze di altri pezzi del sistema pubblico.
E per questo l’erosione dello stato sociale è anche erosione della capacità educativa della scuola. Una politica educativa degna di questo nome deve costruire prima. È la garanzia della possibilità materiale, per i docenti, di avere il tempo di vedere e, per le studentesse e gli studenti, di essere visti.
La politica della sicurezza e del metal detector si chiede come possano essere impediti i gesti estremi. Un progetto di nuova scuola costituzionale all’altezza di questi tempi si chiede quali condizioni sociali, pedagogiche ed educative possano rendere meno probabile che un gesto radicale come quello di questa mattina, e molti altri affini, diventi l’unica risposta percepita come possibile. Non sono due questioni necessariamente alternative. Ma senza la seconda domanda, più profonda e radicale, la scuola rischia di trasformarsi progressivamente in un dispositivo di controllo.
La scuola pubblica è uno dei luoghi nei quali una società democratica può apprendere a vivere il conflitto. Non una scuola senza conflitti, ma una scuola che sappia farne esperienza democratica attraverso una pedagogia del disarmo. Quando parliamo di adolescenti e preadolescenti, gli insegnanti sono chiamati alla fatica di condividere che l’essenza dell’attraversamento della scuola è anche la possibilità di commettere errori, anche gravi, senza l’idea che immediatamente l’errore segni definitivamente l’identità e il destino di chi quell’errore ha commesso. Il mondo degli adulti ha la responsabilità di chiarire le regole di ingaggio, ma anche di non far coincidere mai la regola con l’umiliazione.
Investire nella scuola significa investire nella possibilità che i conflitti trovino una forma prima di diventare violenza. Ma la scuola da sola non basta, occorre uno stato sociale che recuperi la propria funzione emancipatrice per dare alla scuola interlocutori reali. Investire nella stabilità di chi nella scuola lavora significa dare continuità alle relazioni. Ridurre il numero delle studentesse e degli studenti per classe significa anche aumentare la possibilità di pre-vedere, nel senso letterale di vedere prima. Garantire équipe multidisciplinari e servizi territoriali non significa medicalizzare la scuola, ma impedire che ogni problema sociale venga trasformato in problema didattico o affidato alla responsabilità individuale dell’insegnante. Restituire risorse economiche alla scuola significa restituirle capacità educativa.
Abbiamo bisogno di categorie pedagogiche capaci di leggere insieme soggetti e contesti, vulnerabilità e potere, ambienti digitali e relazioni materiali, responsabilità individuali e responsabilità collettive. Benché tale ambito di riflessione sia scarsamente frequentata dal deprimente dibattito pubblico del nostro paese, prima di chiederci come difendere la scuola dalla società che la circonda, dovremmo tornare a chiederci quale società possiamo contribuire a costruire intorno alla scuola.