Cobas Pubblico Impiego

Cobas Pubblico Impiego Organizzazione sindacale dei Comitati di Base del Pubblico Impiego. http://pubblicoimpiego.cobas.it/pubblicoimpiego/STRUTTURA/LO-STATUTO2

ART. 2 - PRINCIPI E FINALITA'
I principi irrinunciabili dell'Associazione sono:
• la difesa e il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro di tutti i lavoratori, dei settori popolari e degli strati sociali più deboli ed emarginati;
• l'egualitarismo e la solidarietà tra i lavoratori e nei settori popolari contro ogni forma di razzismo e di discriminazione etnica, sessuale e religiosa; la

difesa e l'ampliamento delle libertà individuali e collettive di opinione e di organizzazione; il superamento delle logiche di sfruttamento dell'uomo sull'uomo, contro il dominio del profitto e della mercificazione generalizzata della società;
• l'indipendenza da istituzioni, dai partiti, dalle organizzazioni padronali e governative;
• il rifiuto del sindacalismo di mestiere e di ogni forma di privilegio e di clientelismo tipica del sindacalismo di professione. Tutte le cariche sono elettive e rispondono al principio delle revocabilità in qualsiasi momento e del volontariato senza retribuzione. L’associazione individua nella democrazia diretta, nel rifiuto della delega, nella costruzione della partecipazione collettiva, nell’autorganizzazione, sia i propri principi caratterizzanti sia una generale proposta di trasformazione dell’assetto sociale che si contrappone alle gerarchie e alla competitività sulle quali si fonda l’attuale società;
• il rifiuto di ogni forma di monopolio della rappresentanza sindacale;
• l'Associazione si fonda sul primato dei comitati e degli organismi di base e sulla attività svolta all'interno dei luoghi di lavoro, da cui nasce l'elaborazione delle linee di proposta e di lotta;
• l'Associazione, che non ha scopo di lucro, intende difendere e tutelare gli interessi generali dei lavoratori/trici, dei pensionati/e, delle donne, dei giovani in cerca di occupazione, degli immigrati/e, degli strati più deboli della popolazione, promuovendo e coordinando le iniziative necessarie a tali fini su tutto il territorio nazionale, nonché i necessari collegamenti internazionali;
• tale attività si svolge nella convinzione che tale difesa/tutela può essere pienamente realizzata solo in una società che non abbia più come principio-guida la ricerca dei profitto economico individuale, di ceto e di classe da parte dei settori dominanti, a scapito dei ceti e delle classi più deboli: cioè, in una società che escluda il dominio della merce, la mercificazione degli individui, della natura, delle idee e del sapere, dell'istruzione, della salute, della cultura e dello sport;
• a tal fine l'Associazione promuoverà e appoggerà le iniziative e le lotte che muovano dall'autorganizzazione dei bisogni materiali, culturali ed ideali dei lavoratori/trici, dei settori popolari e degli strati più deboli della società; si propone di contrastare e, in prospettiva, di superare un'organizzazione della società e del potere basata sulla centralità del profitto economico, del mercato, del denaro, della competizione sfrenata, sullo sfruttamento esercitato da ceti e classi proprietarie su ceti e classi senza potere né proprietà economiche significative;
• l'Associazione svolge ad un tempo attività sindacale, politica, sociale e culturale, rappresentando le categorie ed i settori in essa organizzati nella contrattazione a livello locale, nazionale e, all'occorrenza, internazionale.

19/06/2026

GUERRA TRA POVERI NELLA SANITÀ: COBAS PUBBLICO IMPIEGO-SANITÀ CONDANNA GLI ATTACCHI AI TSRM. IL SINDACALISMO NON SI FA TOGLIENDO DIRITTI AI LAVORATORI.

Pisa, 19 Giugno 2026 – Il Cobas Sanità esprime profonda indignazione e ferma condanna di fronte alle gravissime dichiarazioni diffuse via social da Daniele Carbocci, dirigente nazionale Nursind e segretario di Pisa.
Affermare pubblicamente che l'impegno in ARAN debba tradursi nel "togliere ai tecnici il privilegio di cui godono" non è solo un insulto alla dignità professionale dei Tecnici Sanitari di Radiologia Medica (TSRM), ma rappresenta la deriva più bassa e pericolosa del sindacalismo corporativo.
Da anni assistiamo al collasso del Servizio Sanitario Nazionale, causato da tagli lineari, carichi di lavoro insostenibili e stipendi che restano i più bassi d'Europa. In questo scenario drammatico, vedere un'organizzazione sindacale che, anziché lottare contro le controparti datoriali e i governi per strappare risorse e aumenti per tutti, si pone l'obiettivo di sottrarre tutele ad altri lavoratori è un atto inaccettabile.
L’indennità di rischio radiologico dei TSRM non è, e non sarà mai, un "privilegio". È il riconoscimento normativo e contrattuale di un rischio biologico e ambientale reale, legato a competenze e responsabilità specifiche. Giocare al ribasso, definendo "privilegiati" colleghi che condividono le stesse corsie, gli stessi turni massacranti e la stessa carenza di organico, serve solo a fare il gioco di ARAN e delle Regioni e del Governo, felici di vedere i professionisti della salute divisi e impegnati in una logica di "guerra tra poveri".
Come Cobas Sanità rifiutiamo categoricamente questo modello sindacale basato sull'invidia professionale e sulla cannibalizzazione dei diritti. La valorizzazione della professione infermieristica – sacrosanta e urgente – si ottiene rivendicando nuove risorse, un'indennità di specificità reale e strutturale, e migliori condizioni di lavoro, non smantellando i diritti conquistati da altre categorie del comparto.
Chiediamo un immediato chiarimento pubblico da parte del Nursind nazionale: la linea ufficiale in ARAN è davvero quella di smantellare i diritti dei TSRM?
Cobas Sanità continuerà a vigilare e a lottare per l'unità del comparto. Difenderemo i TSRM e ogni singola figura professionale della sanità pubblica da qualsiasi tentativo di sciacallaggio contrattuale. I diritti non si tagliano, si estendono. La dignità dei lavoratori non si baratta.

09/06/2026

Da Pisa

LA REPRESSIONE DEL DISSENSO È ANTICAMERA DEL FASCISMO

Le 54 denunce notificate a compagne e compagni sono il vergognoso epilogo di un autunno di mobilitazione che ha portato in piazza migliaia di studenti, insegnanti, famiglie e lavoratori. Chi è stato colpito manifestava per Gaza, a sostegno della Global Sumud Flotilla, contro la guerra e contro le nuove basi militari di San Piero e della Tenuta Isabella a Pontedera.
I blocchi di porti, aeroporti, autostrade e stazioni (messi in atto per fermare i treni carichi di armi ) sono una forma di resistenza non violenta contro l'apparato militare-industriale.
I decreti sicurezza del governo Meloni (applicati rigidamente a Pisa e in tutta Italia) rappresentano una repressione strisciante contro ogni dissenso, opposizione alla guerra e conflitto sociale.
Molti lavoratori, lavoratrici e dirigenti provinciali dei Cobas erano presenti a quelle manifestazioni. Questa lotta ci appartiene perchè colpire i singoli significa aggredire la libertà di manifestazione di tutti e silenziare l'opposizione all'economia di guerra e allo smantellamento dello stato sociale.
I Cobas di Pisa esprimono la massima solidarietà ai compagni e alle compagne denunciati e si mobiliteranno attivamente in ogni iniziativa di sostegno.
Confederazione Cobas Pisa

I Cobas presenti anche ad Amendolara contro il caporalato. Il caporalato è una forma illegale di reclutamento e sfruttam...
07/06/2026

I Cobas presenti anche ad Amendolara contro il caporalato.

Il caporalato è una forma illegale di reclutamento e sfruttamento della manodopera, diffusa soprattutto nel settore agricolo (ma presente anche nell'edilizia e nella logistica). I "caporali" fanno da intermediari tra le aziende e i lavoratori, spesso migranti o persone in condizioni di forte vulnerabilità, imponendo turni massacranti, paghe da fame (ben al di sotto dei minimi di legge) e privando i lavoratori dei più basilari diritti e misure di sicurezza.
In Italia, sebbene la legge 199 del 2016 abbia introdotto sanzioni penali severe sia per i caporali sia per i datori di lavoro che ne sfruttano i servizi, il fenomeno resta una piaga sociale ed economica difficile da estirpare.
L'episodio di Amendolara di questi giorni purtroppo non è l' unico episodio di repressione infatti
quando si parla di caporalato e della lotta per i diritti bracciantili, un altro episodio storico e tragico è legato alla cittadina di Amendolara, in Calabria.
Negli anni '70 e '80, la zona dell'Alto Jonio cosentino era un fulcro della raccolta delle arance e di altri prodotti agricoli, dove il caporalato dettava legge. Nei primi anni '80 (con un picco drammatico nel 1981), la tensione tra i braccianti che provavano a ribellarsi e i caporali sfociò in violenza. Ad Amendolara si registrarono duri scontri, intimidazioni e l'assassinio di lavoratori e attivisti che chiedevano semplicemente il rispetto dei contratti collettivi e la fine del monopolio dei caporali sul trasporto e sul collocamento.
L'impatto: Quell'episodio accese i riflettori nazionali sulla ferocia delle organizzazioni che gestivano il caporalato in Calabria, dimostrando come il fenomeno non fosse solo un illecito economico, ma una vera e propria espressione di controllo criminale del territorio, spesso legata alla criminalità organizzata.
Di questo nessuno ne parla. Altri territori fortemente soggetti al fenomeno sono il Foggiano e il Rosarnese.
Per noi Cobas, il contrasto al caporalato non è solo una battaglia contrattuale, ma una mobilitazione politica più ampia contro la precarietà e per la restituzione della dignità e della sicurezza a tutti i lavoratori invisibili.

02/06/2026

Braccianti arsi vivi a Cosenza: l'ennesima tragedia dell'invisibilità

​Un minivan in fiamme in un'area di servizio a ad Amendolara, in provincia di Cosenza. Dentro, dei braccianti immigrati che non hanno avuto scampo. Lo sfruttamento della terra e la piaga del caporalato continuano a mietere vittime. Uomini e donne ancora una volta senza nome, avvolti dal silenzio, dalla precarietà e, infine, dall'oblio che ne cancella persino la morte.
​Questo tragico evento è solo l'ultimo tassello di un mosaico lugubre, in cui i lavoratori stranieri vengono spremuti e poi abbandonati moribondi ai bordi delle strade. Un sistema basato sul ricatto, sull'isolamento e sulla totale privazione dei diritti.
​Il primo giugno, in Calabria, si è consumato l'ennesimo orrore. Questi lavoratori sono stati disumanizzati non solo dai loro aguzzini, ma anche da uno Stato che spesso sceglie di non vedere, rendendosi complice di un'economia di sfruttamento che in agricoltura è diventata la regola. Niente leggi, niente controlli, nessuna tutela per esseri umani ridotti in schiavitù e, infine, uccisi.
​Di chi è la colpa?
​Il sangue di queste vittime ricade su una precisa catena di responsabilità:
- ​Uno Stato assente e complice, che rinuncia a vigilare e a proteggere i più fragili.
- ​I caporali, criminali violenti e senza scrupoli che gestiscono le braccia e le vite.
- ​Un'economia ingorda e malata, che mette il profitto davanti alla dignità umana.
- ​Una società indifferente, che esige il prezzo più basso sullo scaffale del supermercato, ignorando il costo in vite umane pagato per alimentare il nostro benessere.

23/05/2026

Dipendenti PA: turni ed extra spettano anche a chi è in ferie. ​La svolta della Corte d’appello di Roma: i criteri sulle indennità estesi al pubblico impiego.

​I dipendenti pubblici hanno diritto a vedersi riconosciute le indennità di turno, notturno e festivo anche durante i giorni di ferie. A stabilirlo è la Corte d’appello di Roma, con la sentenza n. 2737/2026 depositata martedì. Il pronunciamento segna un punto cruciale su una questione che alimenta da tempo numerosi contenziosi in tutta Italia e che la contrattazione nazionale ha cercato invano di chiarire.
​Il caso e l'impatto economico
​Fino ad oggi, le amministrazioni pubbliche hanno teso a escludere dalla retribuzione dei giorni di ferie una serie di indennità pensate per remunerare particolari condizioni di lavoro. Turno, notturno e festivo sono le voci più diffuse, ma il panorama si infittisce di indennità specifiche soprattutto nel settore della sanità.
​Proprio da un contenzioso in ambito sanitario nasce la pronuncia attuale:
​La condanna: Un'azienda ospedaliera dovrà riconoscere a una dipendente 1.906 euro di arretrati, maturati negli ultimi cinque anni per le voci finora escluse dalla busta paga.
​L'estensione: La sentenza rilancia un principio applicabile ai dipendenti di tutti i comparti, sia centrali che locali.
​Il principio guida: lo "status" del lavoratore
​Il criterio cardine indicato dai giudici romani – in linea con una lettura analoga espressa anche dalla Corte d’appello di Torino (sentenza n. 87/2026) – risiede nella natura stessa dell'indennità. Questa va garantita anche in ferie quando è:
​«Correlata allo status personale e professionale del lavoratore, ponendosi in rapporto di collegamento all’esecuzione delle mansioni previste dal suo ruolo.»
​In quest’ottica, le voci retributive collegate funzionalmente alla prestazione lavorativa non possono essere tagliate durante i periodi di riposo.
​Il quadro giuridico e le reazioni
​Le decisioni dei giudici di merito poggiano su solide basi giurisprudenziali. Estendono infatti al pubblico impiego l'orientamento già espresso dalla Cassazione e traducono i parametri della Corte di Giustizia UE (sentenze Robinson-Steele, Schultz-Hoff, Williams, Torsten Hein e Koch). Secondo l'Unione Europea, la retribuzione dei giorni di ferie deve essere sostanzialmente equiparabile a quella ordinaria, per evitare disincentivi economici all'utilizzo dei giorni di riposo.
​Il commento sindacale: «Le due sentenze sono un punto di svolta destinato a cambiare le buste paga di centinaia di migliaia di dipendenti pubblici», afferma Rita Longobardi, segretaria generale della Uil Fpl, il cui ufficio legale ha assistito i ricorrenti. «Ora le amministrazioni non potranno più trincerarsi dietro i vincoli di bilancio o le peculiarità del pubblico impiego».
​Il nodo politico e contrattuale
​Il tema è caldissimo anche sul fronte politico. Solo poche settimane fa, il comitato di settore del comparto Funzioni locali aveva proposto, nella bozza dell'atto di indirizzo, di definire una volta per tutte nel contratto nazionale 2025/27 le voci da riconoscere durante le ferie.
​Tuttavia, il passaggio è stato espunto dal testo finale a causa delle obiezioni della Ragioneria generale dello Stato, preoccupata dall'impatto finanziario sul costo del personale. Ma dopo queste sentenze, il nodo non potrà più essere eluso.

02/05/2026

Contro il "Decreto Primo Maggio": Un Attacco alla Dignità del Lavoro

​Mentre le piazze si riempiono per celebrare la Festa dei Lavoratori, il Governo risponde con un provvedimento che ne calpesta i diritti.
Noi Cobas esprimiamo una ferma e radicale opposizione al "Decreto Primo Maggio" varato dall'Esecutivo Meloni: una manovra propagandistica che favorisce il profitto a scapito dei salari e della Costituzione.

​1. Risorse Pubbliche al Servizio delle Imprese
​Il decreto non stanzia fondi reali per le lavoratrici e i lavoratori. Al contrario, mobilita circa un miliardo di euro in tre anni esclusivamente per finanziare esenzioni contributive a favore delle imprese.
La beffa e che queste agevolazioni rappresentano un drenaggio di risorse sottratte all'INPS.
Il danno che si finanzia il settore privato indebolendo la previdenza pubblica e il futuro pensionistico di chi lavora.

​2. L’Erosione dell’Articolo 36 e il "Salario da Fame"
​Il testo opera uno stravolgimento dei principi costituzionali, svuotando di significato l'Articolo 36 della Costituzione, che garantisce il diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro e, in ogni caso, sufficiente ad assicurare un'esistenza dignitosa.
​Il paradosso sindacale: Equiparando automaticamente i contratti firmati dai sindacati maggiormente rappresentativi al concetto di "giusta retribuzione", il decreto blocca l'intervento della magistratura.
​Nessuna tutela: Anche di fronte a contratti che prevedono paghe da fame, i giudici non potranno più intervenire per imporre adeguamenti dignitosi, blindando di fatto la povertà lavorativa.

​3. Un Incentivo al Blocco dei Rinnovi
​La norma sull'indennità per il mancato rinnovo contrattuale (dopo 12 mesi) è un vero e proprio disincentivo alla contrattazione.
​L'indennizzo previsto è pari a solo il 30% dell'indice IPCA (già depurato dai costi energetici e quindi sottostimato).
​Strategia padronale: Per le imprese sarà economicamente più vantaggioso pagare questa piccola indennità piuttosto che rinnovare i contratti e adeguare i salari al costo della vita. Viene inoltre rigettata la proposta fondamentale del pagamento integrale di tutti gli arretrati dalla data di scadenza.

​4. Il Crollo del Potere d'Acquisto
​Il decreto ratifica, con l'avallo dei sindacati confederali, un ulteriore impoverimento sistemico. In assenza di una piena indicizzazione, i salari restano al palo mentre l'inflazione reale continua a divorare la capacità di spesa delle famiglie.

​Noi ripudiamo con forza questo Decreto
rifiutando ​ palliativi e chiediamo con forza:

Un ​Salario Minimo per legge per eliminare il lavoro povero.

Il ​Ripristino dell'Indicizzazione Automatica in modo tale che i salari devono adeguarsi automaticamente ai prezzi reali per proteggere il potere d'acquisto dall'inflazione.

Il ​Rispetto della Costituzione perchè la dignità del lavoratore non può essere merce di scambio o oggetto di decreti al ribasso.

​La nostra lotta continuerà : il lavoro non è una concessione ma un diritto dignitoso.

1° MAGGIO: NON È UNA FESTA, È UN GRIDO DI LOTTAPer noi il 1° Maggio non è una scampagnata, né un rito televisivo svuotat...
30/04/2026

1° MAGGIO: NON È UNA FESTA, È UN GRIDO DI LOTTA

Per noi il 1° Maggio non è una scampagnata, né un rito televisivo svuotato di senso. Mentre i sindacati di Stato cercano il dialogo con il Governo, noi utilizziamo questa data per:

- Denunciare la precarietà e il "lavoro povero"​ rivendicando aumenti salariali reali. L'inflazione divora gli stipendi, ma la nostra mobilitazione deve divorare lo sfruttamento evitando la migrazione di giovani all' estero . Non vogliamo le briciole, vogliamo il pane.

- ​ Dire no contro le spese militari e l'economia di guerra. No all'invio di armi e alle folli spese militari. Ogni euro speso in missili è un euro sottratto a scuola, sanità e trasporti. Non saremo noi a pagare il prezzo delle loro mire imperialiste.

- Per la ​Sicurezza e dignità. Ogni morto sul lavoro è un omicidio del profitto. Diciamo basta al sistema dei subappalti e delle gare al massimo ribasso: la vita dei lavoratori vale infinitamente più dei loro dividendi.

Non abbiamo nulla da festeggiare mentre il profitto calpesta la vita.
In questo 1 Maggio, riflettiamo sul valore reale del lavoro nella nostra società.
Essere sindacato oggi nel 2026 significa governare l'Intelligenza Artificiale e la transizione ecologica. L'innovazione non può essere un’arma per licenziare o sorvegliare, ma deve diventare uno strumento per liberare tempo e migliorare la qualità della vita. Il progresso ha senso solo se è al servizio di chi lavora, non di chi accumula.

Ripartiamo da tre pilastri inalienabili:

​SALARIO: Adeguato al costo della vita e agganciato all’inflazione reale.
​SICUREZZA: Zero compromessi. La salute non si baratta con la produttività.
​TEMPO: Riduzione dell'orario a parità di salario. Riduzione dell' età pensionistica. Riprendiamoci la nostra vita.

​Buon 1° Maggio di lotta a tutti i lavoratori e a tutte le lavoratrici.

25/04/2026

La Liberazione non è un evento cristallizzato nel 1945, ma un impegno costante. Essere liberi oggi significa avere il coraggio di scegliere la giustizia, la verità e il rispetto ogni singolo giorno. Buon 25 aprile.

Buone feste
03/04/2026

Buone feste

21/03/2026

L'illiberalismo non nasce dal nulla: è il figlio legittimo del neoliberismo

Le derive autoritarie che stanno attraversando le società occidentali non sono un incidente, e non nascono dall'ignoranza della gente. Sono il risultato – diretto, prevedibile, quasi inevitabile – di quarant'anni di politiche neoliberiste che hanno fatto a pezzi i diritti sociali, il welfare, la contrattazione collettiva e qualsiasi forma seria di redistribuzione.
Non siamo i soli a dirlo. Lo dice anche chi studia questi fenomeni nelle università. Marlène Laruelle, che dirige l'Illiberalism Studies Program alla George Washington University, lo ha spiegato con grande chiarezza in un'intervista uscita su Limes: tra neoliberismo e illiberalismo c'è un legame profondo, strutturale. Non sono opposti. Sono parenti stretti.

■ L'illiberalismo non è l'opposto del liberalismo: ne è un prodotto
C'è una narrazione comoda che va per la maggiore: l'illiberalismo sarebbe qualcosa che ci arriva da fuori – dalla Russia, dalla propaganda, dall'ignoranza diffusa. Laruelle la smonta pezzo per pezzo:
«L'illiberalismo in realtà è un prodotto del liberalismo. Le sue radici affondano nella nostra società. Parla la sua stessa lingua: spesso chi tacciamo di illiberalismo dice di essere l'autentico difensore del liberalismo dalla perversione progressista. [...] È una riconfigurazione della norma liberale. È un lento allontanamento dal liberalismo, dovuto ad ansie sociali, ristrutturazioni economiche, declino geopolitico. È la fase terminale del liberalismo in crisi, in cui quest'ultimo non riconcilia più le sue promesse di democrazia e prosperità e genera l'illiberalismo come estremo tentativo di riordine e sopravvivenza.»
È quello che noi, come sindacalismo di base, ripetiamo da anni: se svuoti la democrazia del suo contenuto sociale, se le promesse di benessere si rivelano bugie per la maggior parte delle persone, il sistema finisce per generare i propri mostri. Non dovrebbe sorprendere nessuno.

■ Le fondamenta della democrazia? Erose dal mercato
Laruelle mette il dito nella piaga:
«Le riforme orientate al mercato degli anni Ottanta hanno eroso le fondamenta sociali, economiche e politiche della democrazia postbellica. È il famoso e ben documentato senso di declassamento e di perdita di autonomia di molti dei nostri concittadini. Non è solo l'aspetto economico, ma pure la gestione tecnocratica della politica, il fatto che le istituzioni non rappresentino più la maggioranza della popolazione.»
«Per decenni ci è stato detto che non c'è alternativa, che c'è solo una direzione, che le ideologie sono morte e solo gli esperti possono dirci cosa fare.»
Eccolo, il famoso TINA – There Is No Alternative – il mantra thatcheriano che ha anestetizzato la politica per una generazione intera. Quando dici alla gente che non ci sono alternative, che la politica è roba da tecnici e non un terreno di conflitto, stai spianando la strada a chi si presenterà dicendo "le alternative ci sono" – anche se le sue risposte sono reazionarie, razziste e autoritarie.

■ L'autoritarismo era già scritto nel DNA del neoliberismo
Laruelle va ancora più in profondità e riconosce una cosa che in pochi ammettono: i semi dell'autoritarismo c'erano fin dall'inizio, nel cuore stesso del progetto neoliberista:
«In un certo senso il neoliberismo ha autorizzato una forma di capitalismo autoritario. Per esempio, sia i liberali sia gli illiberali hanno Ronald Reagan e Margaret Thatcher come punti di riferimento. La reazione illiberale è paradossale perché per certi versi incoraggia il popolo a ribellarsi al neoliberismo ma in pratica spesso è in continuità con i suoi meccanismi.»
Ed è qui il nodo: l'illiberalismo non tocca i rapporti di forza economici. Non sfiora i profitti, non redistribuisce niente, non restituisce potere a chi lavora. Quello che fa è gestire in chiave autoritaria la crisi sociale che il neoliberismo ha creato, scaricando la rabbia su capri espiatori – migranti, minoranze, le cosiddette "élite culturali" – mentre il capitale resta al sicuro, intoccabile.

■ Il tecnocapitalismo: quando lo Stato diventa un'appendice delle Big Tech
Laruelle descrive anche l'evoluzione più recente – e più inquietante – di tutto questo, guardando a quello che succede con l'amministrazione Trump:
«Il movimento tecnocapitalista sta diventando centrale nell'identità stessa degli Stati Uniti. Ora abbiamo interi poteri federali – domestici, finanziari e securitari – quasi interamente controllati da grandi gruppi privati digitali. In un certo senso il tecnocapitalismo sta diventando il nucleo dello Stato americano.»
Non siamo più nel classico schema del neoliberismo che "riduce lo Stato". Qui siamo davanti a qualcosa di diverso e più pericoloso: la fusione tra Stato e grande capitale tecnologico. Una forma di potere senza precedenti, che rappresenta una minaccia concreta per qualsiasi democrazia che voglia essere qualcosa di più di una facciata.

■ La nostra lettura, quella di classe
Come sindacato COBAS, a questa analisi aggiungiamo la nostra prospettiva – quella di chi vive sulla propria pelle le conseguenze di tutto questo. I fenomeni che Laruelle descrive non sono astrazioni da convegno: sono la vita quotidiana di milioni di lavoratrici e lavoratori.

• La precarizzazione del lavoro, portata avanti con decenni di riforme che hanno cancellato tutele e diritti, ha prodotto milioni di persone senza sicurezza, senza prospettive, senza voce.
• L'esplosione delle disuguaglianze: viviamo in società dove una manciata di persone accumula ricchezze oscene mentre la maggioranza arranca per arrivare a fine mese.
• Lo svuotamento della democrazia reale: quando le scelte economiche fondamentali vengono sottratte al controllo democratico e consegnate ai mercati, alle agenzie di rating, a istituzioni sovranazionali che nessuno ha eletto, la democrazia diventa un guscio vuoto.
• La privatizzazione di tutto: sanità, scuola, trasporti, energia. Quelli che erano diritti universali sono diventati merci, accessibili solo a chi se le può permettere.
• La distruzione dei corpi intermedi: sindacati indeboliti, partiti ridotti a macchine elettorali, associazionismo messo ai margini. Il neoliberismo ha bisogno di individui soli, non di comunità che si organizzano.
In questo deserto, l'illiberalismo attecchisce facilmente. Come osserva Laruelle, i leader illiberali «stanno cercando di dirci qualcosa sulla nostra società, che dobbiamo affrontare dei problemi legittimi e che rappresentano persone che altrimenti nessuno ascolta». Ma la loro risposta è fasulla: non libera nessuno, incatena di più. Non redistribuisce nulla, consolida il potere del capitale sotto una maschera autoritaria.

■ La nostra risposta: lotta di classe, non uomini forti
L'unica alternativa vera – sia al neoliberismo sia all'illiberalismo – è la lotta di classe, organizzata dal basso:
•Salari dignitosi e contratti stabili per tutte e tutti
•Riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario
•Ripubblicizzazione dei servizi essenziali
•Una fiscalità davvero progressiva e la tassazione delle grandi ricchezze
•Democrazia nei luoghi di lavoro e partecipazione diretta alle decisioni
•Regolamentazione e controllo pubblico delle piattaforme digitali e dell'intelligenza artificiale, perché il tecnocapitalismo non diventi il nuovo sovrano
•Solidarietà internazionalista contro ogni forma di razzismo e di divisione tra chi è sfruttato
Non ci salverà nessun uomo forte. Non ci salverà il mercato. Non ci salveranno le "coalizioni dei volenterosi illiberali" che si contendono il potere tra Washington, Budapest e Bruxelles. Ci salverà solo la nostra capacità di organizzarci, di lottare e di costruire dal basso un'alternativa di società.

Indirizzo

Sede Nazionale: Viale Manzoni, 55
Rome
00175

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