Cobas Pubblico Impiego

Cobas Pubblico Impiego Organizzazione sindacale dei Comitati di Base del Pubblico Impiego. http://pubblicoimpiego.cobas.it/pubblicoimpiego/STRUTTURA/LO-STATUTO2

ART. 2 - PRINCIPI E FINALITA'
I principi irrinunciabili dell'Associazione sono:
• la difesa e il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro di tutti i lavoratori, dei settori popolari e degli strati sociali più deboli ed emarginati;
• l'egualitarismo e la solidarietà tra i lavoratori e nei settori popolari contro ogni forma di razzismo e di discriminazione etnica, sessuale e religiosa; la

difesa e l'ampliamento delle libertà individuali e collettive di opinione e di organizzazione; il superamento delle logiche di sfruttamento dell'uomo sull'uomo, contro il dominio del profitto e della mercificazione generalizzata della società;
• l'indipendenza da istituzioni, dai partiti, dalle organizzazioni padronali e governative;
• il rifiuto del sindacalismo di mestiere e di ogni forma di privilegio e di clientelismo tipica del sindacalismo di professione. Tutte le cariche sono elettive e rispondono al principio delle revocabilità in qualsiasi momento e del volontariato senza retribuzione. L’associazione individua nella democrazia diretta, nel rifiuto della delega, nella costruzione della partecipazione collettiva, nell’autorganizzazione, sia i propri principi caratterizzanti sia una generale proposta di trasformazione dell’assetto sociale che si contrappone alle gerarchie e alla competitività sulle quali si fonda l’attuale società;
• il rifiuto di ogni forma di monopolio della rappresentanza sindacale;
• l'Associazione si fonda sul primato dei comitati e degli organismi di base e sulla attività svolta all'interno dei luoghi di lavoro, da cui nasce l'elaborazione delle linee di proposta e di lotta;
• l'Associazione, che non ha scopo di lucro, intende difendere e tutelare gli interessi generali dei lavoratori/trici, dei pensionati/e, delle donne, dei giovani in cerca di occupazione, degli immigrati/e, degli strati più deboli della popolazione, promuovendo e coordinando le iniziative necessarie a tali fini su tutto il territorio nazionale, nonché i necessari collegamenti internazionali;
• tale attività si svolge nella convinzione che tale difesa/tutela può essere pienamente realizzata solo in una società che non abbia più come principio-guida la ricerca dei profitto economico individuale, di ceto e di classe da parte dei settori dominanti, a scapito dei ceti e delle classi più deboli: cioè, in una società che escluda il dominio della merce, la mercificazione degli individui, della natura, delle idee e del sapere, dell'istruzione, della salute, della cultura e dello sport;
• a tal fine l'Associazione promuoverà e appoggerà le iniziative e le lotte che muovano dall'autorganizzazione dei bisogni materiali, culturali ed ideali dei lavoratori/trici, dei settori popolari e degli strati più deboli della società; si propone di contrastare e, in prospettiva, di superare un'organizzazione della società e del potere basata sulla centralità del profitto economico, del mercato, del denaro, della competizione sfrenata, sullo sfruttamento esercitato da ceti e classi proprietarie su ceti e classi senza potere né proprietà economiche significative;
• l'Associazione svolge ad un tempo attività sindacale, politica, sociale e culturale, rappresentando le categorie ed i settori in essa organizzati nella contrattazione a livello locale, nazionale e, all'occorrenza, internazionale.

23/05/2026

Dipendenti PA: turni ed extra spettano anche a chi è in ferie. ​La svolta della Corte d’appello di Roma: i criteri sulle indennità estesi al pubblico impiego.

​I dipendenti pubblici hanno diritto a vedersi riconosciute le indennità di turno, notturno e festivo anche durante i giorni di ferie. A stabilirlo è la Corte d’appello di Roma, con la sentenza n. 2737/2026 depositata martedì. Il pronunciamento segna un punto cruciale su una questione che alimenta da tempo numerosi contenziosi in tutta Italia e che la contrattazione nazionale ha cercato invano di chiarire.
​Il caso e l'impatto economico
​Fino ad oggi, le amministrazioni pubbliche hanno teso a escludere dalla retribuzione dei giorni di ferie una serie di indennità pensate per remunerare particolari condizioni di lavoro. Turno, notturno e festivo sono le voci più diffuse, ma il panorama si infittisce di indennità specifiche soprattutto nel settore della sanità.
​Proprio da un contenzioso in ambito sanitario nasce la pronuncia attuale:
​La condanna: Un'azienda ospedaliera dovrà riconoscere a una dipendente 1.906 euro di arretrati, maturati negli ultimi cinque anni per le voci finora escluse dalla busta paga.
​L'estensione: La sentenza rilancia un principio applicabile ai dipendenti di tutti i comparti, sia centrali che locali.
​Il principio guida: lo "status" del lavoratore
​Il criterio cardine indicato dai giudici romani – in linea con una lettura analoga espressa anche dalla Corte d’appello di Torino (sentenza n. 87/2026) – risiede nella natura stessa dell'indennità. Questa va garantita anche in ferie quando è:
​«Correlata allo status personale e professionale del lavoratore, ponendosi in rapporto di collegamento all’esecuzione delle mansioni previste dal suo ruolo.»
​In quest’ottica, le voci retributive collegate funzionalmente alla prestazione lavorativa non possono essere tagliate durante i periodi di riposo.
​Il quadro giuridico e le reazioni
​Le decisioni dei giudici di merito poggiano su solide basi giurisprudenziali. Estendono infatti al pubblico impiego l'orientamento già espresso dalla Cassazione e traducono i parametri della Corte di Giustizia UE (sentenze Robinson-Steele, Schultz-Hoff, Williams, Torsten Hein e Koch). Secondo l'Unione Europea, la retribuzione dei giorni di ferie deve essere sostanzialmente equiparabile a quella ordinaria, per evitare disincentivi economici all'utilizzo dei giorni di riposo.
​Il commento sindacale: «Le due sentenze sono un punto di svolta destinato a cambiare le buste paga di centinaia di migliaia di dipendenti pubblici», afferma Rita Longobardi, segretaria generale della Uil Fpl, il cui ufficio legale ha assistito i ricorrenti. «Ora le amministrazioni non potranno più trincerarsi dietro i vincoli di bilancio o le peculiarità del pubblico impiego».
​Il nodo politico e contrattuale
​Il tema è caldissimo anche sul fronte politico. Solo poche settimane fa, il comitato di settore del comparto Funzioni locali aveva proposto, nella bozza dell'atto di indirizzo, di definire una volta per tutte nel contratto nazionale 2025/27 le voci da riconoscere durante le ferie.
​Tuttavia, il passaggio è stato espunto dal testo finale a causa delle obiezioni della Ragioneria generale dello Stato, preoccupata dall'impatto finanziario sul costo del personale. Ma dopo queste sentenze, il nodo non potrà più essere eluso.

02/05/2026

Contro il "Decreto Primo Maggio": Un Attacco alla Dignità del Lavoro

​Mentre le piazze si riempiono per celebrare la Festa dei Lavoratori, il Governo risponde con un provvedimento che ne calpesta i diritti.
Noi Cobas esprimiamo una ferma e radicale opposizione al "Decreto Primo Maggio" varato dall'Esecutivo Meloni: una manovra propagandistica che favorisce il profitto a scapito dei salari e della Costituzione.

​1. Risorse Pubbliche al Servizio delle Imprese
​Il decreto non stanzia fondi reali per le lavoratrici e i lavoratori. Al contrario, mobilita circa un miliardo di euro in tre anni esclusivamente per finanziare esenzioni contributive a favore delle imprese.
La beffa e che queste agevolazioni rappresentano un drenaggio di risorse sottratte all'INPS.
Il danno che si finanzia il settore privato indebolendo la previdenza pubblica e il futuro pensionistico di chi lavora.

​2. L’Erosione dell’Articolo 36 e il "Salario da Fame"
​Il testo opera uno stravolgimento dei principi costituzionali, svuotando di significato l'Articolo 36 della Costituzione, che garantisce il diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro e, in ogni caso, sufficiente ad assicurare un'esistenza dignitosa.
​Il paradosso sindacale: Equiparando automaticamente i contratti firmati dai sindacati maggiormente rappresentativi al concetto di "giusta retribuzione", il decreto blocca l'intervento della magistratura.
​Nessuna tutela: Anche di fronte a contratti che prevedono paghe da fame, i giudici non potranno più intervenire per imporre adeguamenti dignitosi, blindando di fatto la povertà lavorativa.

​3. Un Incentivo al Blocco dei Rinnovi
​La norma sull'indennità per il mancato rinnovo contrattuale (dopo 12 mesi) è un vero e proprio disincentivo alla contrattazione.
​L'indennizzo previsto è pari a solo il 30% dell'indice IPCA (già depurato dai costi energetici e quindi sottostimato).
​Strategia padronale: Per le imprese sarà economicamente più vantaggioso pagare questa piccola indennità piuttosto che rinnovare i contratti e adeguare i salari al costo della vita. Viene inoltre rigettata la proposta fondamentale del pagamento integrale di tutti gli arretrati dalla data di scadenza.

​4. Il Crollo del Potere d'Acquisto
​Il decreto ratifica, con l'avallo dei sindacati confederali, un ulteriore impoverimento sistemico. In assenza di una piena indicizzazione, i salari restano al palo mentre l'inflazione reale continua a divorare la capacità di spesa delle famiglie.

​Noi ripudiamo con forza questo Decreto
rifiutando ​ palliativi e chiediamo con forza:

Un ​Salario Minimo per legge per eliminare il lavoro povero.

Il ​Ripristino dell'Indicizzazione Automatica in modo tale che i salari devono adeguarsi automaticamente ai prezzi reali per proteggere il potere d'acquisto dall'inflazione.

Il ​Rispetto della Costituzione perchè la dignità del lavoratore non può essere merce di scambio o oggetto di decreti al ribasso.

​La nostra lotta continuerà : il lavoro non è una concessione ma un diritto dignitoso.

1° MAGGIO: NON È UNA FESTA, È UN GRIDO DI LOTTAPer noi il 1° Maggio non è una scampagnata, né un rito televisivo svuotat...
30/04/2026

1° MAGGIO: NON È UNA FESTA, È UN GRIDO DI LOTTA

Per noi il 1° Maggio non è una scampagnata, né un rito televisivo svuotato di senso. Mentre i sindacati di Stato cercano il dialogo con il Governo, noi utilizziamo questa data per:

- Denunciare la precarietà e il "lavoro povero"​ rivendicando aumenti salariali reali. L'inflazione divora gli stipendi, ma la nostra mobilitazione deve divorare lo sfruttamento evitando la migrazione di giovani all' estero . Non vogliamo le briciole, vogliamo il pane.

- ​ Dire no contro le spese militari e l'economia di guerra. No all'invio di armi e alle folli spese militari. Ogni euro speso in missili è un euro sottratto a scuola, sanità e trasporti. Non saremo noi a pagare il prezzo delle loro mire imperialiste.

- Per la ​Sicurezza e dignità. Ogni morto sul lavoro è un omicidio del profitto. Diciamo basta al sistema dei subappalti e delle gare al massimo ribasso: la vita dei lavoratori vale infinitamente più dei loro dividendi.

Non abbiamo nulla da festeggiare mentre il profitto calpesta la vita.
In questo 1 Maggio, riflettiamo sul valore reale del lavoro nella nostra società.
Essere sindacato oggi nel 2026 significa governare l'Intelligenza Artificiale e la transizione ecologica. L'innovazione non può essere un’arma per licenziare o sorvegliare, ma deve diventare uno strumento per liberare tempo e migliorare la qualità della vita. Il progresso ha senso solo se è al servizio di chi lavora, non di chi accumula.

Ripartiamo da tre pilastri inalienabili:

​SALARIO: Adeguato al costo della vita e agganciato all’inflazione reale.
​SICUREZZA: Zero compromessi. La salute non si baratta con la produttività.
​TEMPO: Riduzione dell'orario a parità di salario. Riduzione dell' età pensionistica. Riprendiamoci la nostra vita.

​Buon 1° Maggio di lotta a tutti i lavoratori e a tutte le lavoratrici.

25/04/2026

La Liberazione non è un evento cristallizzato nel 1945, ma un impegno costante. Essere liberi oggi significa avere il coraggio di scegliere la giustizia, la verità e il rispetto ogni singolo giorno. Buon 25 aprile.

Buone feste
03/04/2026

Buone feste

21/03/2026

L'illiberalismo non nasce dal nulla: è il figlio legittimo del neoliberismo

Le derive autoritarie che stanno attraversando le società occidentali non sono un incidente, e non nascono dall'ignoranza della gente. Sono il risultato – diretto, prevedibile, quasi inevitabile – di quarant'anni di politiche neoliberiste che hanno fatto a pezzi i diritti sociali, il welfare, la contrattazione collettiva e qualsiasi forma seria di redistribuzione.
Non siamo i soli a dirlo. Lo dice anche chi studia questi fenomeni nelle università. Marlène Laruelle, che dirige l'Illiberalism Studies Program alla George Washington University, lo ha spiegato con grande chiarezza in un'intervista uscita su Limes: tra neoliberismo e illiberalismo c'è un legame profondo, strutturale. Non sono opposti. Sono parenti stretti.

■ L'illiberalismo non è l'opposto del liberalismo: ne è un prodotto
C'è una narrazione comoda che va per la maggiore: l'illiberalismo sarebbe qualcosa che ci arriva da fuori – dalla Russia, dalla propaganda, dall'ignoranza diffusa. Laruelle la smonta pezzo per pezzo:
«L'illiberalismo in realtà è un prodotto del liberalismo. Le sue radici affondano nella nostra società. Parla la sua stessa lingua: spesso chi tacciamo di illiberalismo dice di essere l'autentico difensore del liberalismo dalla perversione progressista. [...] È una riconfigurazione della norma liberale. È un lento allontanamento dal liberalismo, dovuto ad ansie sociali, ristrutturazioni economiche, declino geopolitico. È la fase terminale del liberalismo in crisi, in cui quest'ultimo non riconcilia più le sue promesse di democrazia e prosperità e genera l'illiberalismo come estremo tentativo di riordine e sopravvivenza.»
È quello che noi, come sindacalismo di base, ripetiamo da anni: se svuoti la democrazia del suo contenuto sociale, se le promesse di benessere si rivelano bugie per la maggior parte delle persone, il sistema finisce per generare i propri mostri. Non dovrebbe sorprendere nessuno.

■ Le fondamenta della democrazia? Erose dal mercato
Laruelle mette il dito nella piaga:
«Le riforme orientate al mercato degli anni Ottanta hanno eroso le fondamenta sociali, economiche e politiche della democrazia postbellica. È il famoso e ben documentato senso di declassamento e di perdita di autonomia di molti dei nostri concittadini. Non è solo l'aspetto economico, ma pure la gestione tecnocratica della politica, il fatto che le istituzioni non rappresentino più la maggioranza della popolazione.»
«Per decenni ci è stato detto che non c'è alternativa, che c'è solo una direzione, che le ideologie sono morte e solo gli esperti possono dirci cosa fare.»
Eccolo, il famoso TINA – There Is No Alternative – il mantra thatcheriano che ha anestetizzato la politica per una generazione intera. Quando dici alla gente che non ci sono alternative, che la politica è roba da tecnici e non un terreno di conflitto, stai spianando la strada a chi si presenterà dicendo "le alternative ci sono" – anche se le sue risposte sono reazionarie, razziste e autoritarie.

■ L'autoritarismo era già scritto nel DNA del neoliberismo
Laruelle va ancora più in profondità e riconosce una cosa che in pochi ammettono: i semi dell'autoritarismo c'erano fin dall'inizio, nel cuore stesso del progetto neoliberista:
«In un certo senso il neoliberismo ha autorizzato una forma di capitalismo autoritario. Per esempio, sia i liberali sia gli illiberali hanno Ronald Reagan e Margaret Thatcher come punti di riferimento. La reazione illiberale è paradossale perché per certi versi incoraggia il popolo a ribellarsi al neoliberismo ma in pratica spesso è in continuità con i suoi meccanismi.»
Ed è qui il nodo: l'illiberalismo non tocca i rapporti di forza economici. Non sfiora i profitti, non redistribuisce niente, non restituisce potere a chi lavora. Quello che fa è gestire in chiave autoritaria la crisi sociale che il neoliberismo ha creato, scaricando la rabbia su capri espiatori – migranti, minoranze, le cosiddette "élite culturali" – mentre il capitale resta al sicuro, intoccabile.

■ Il tecnocapitalismo: quando lo Stato diventa un'appendice delle Big Tech
Laruelle descrive anche l'evoluzione più recente – e più inquietante – di tutto questo, guardando a quello che succede con l'amministrazione Trump:
«Il movimento tecnocapitalista sta diventando centrale nell'identità stessa degli Stati Uniti. Ora abbiamo interi poteri federali – domestici, finanziari e securitari – quasi interamente controllati da grandi gruppi privati digitali. In un certo senso il tecnocapitalismo sta diventando il nucleo dello Stato americano.»
Non siamo più nel classico schema del neoliberismo che "riduce lo Stato". Qui siamo davanti a qualcosa di diverso e più pericoloso: la fusione tra Stato e grande capitale tecnologico. Una forma di potere senza precedenti, che rappresenta una minaccia concreta per qualsiasi democrazia che voglia essere qualcosa di più di una facciata.

■ La nostra lettura, quella di classe
Come sindacato COBAS, a questa analisi aggiungiamo la nostra prospettiva – quella di chi vive sulla propria pelle le conseguenze di tutto questo. I fenomeni che Laruelle descrive non sono astrazioni da convegno: sono la vita quotidiana di milioni di lavoratrici e lavoratori.

• La precarizzazione del lavoro, portata avanti con decenni di riforme che hanno cancellato tutele e diritti, ha prodotto milioni di persone senza sicurezza, senza prospettive, senza voce.
• L'esplosione delle disuguaglianze: viviamo in società dove una manciata di persone accumula ricchezze oscene mentre la maggioranza arranca per arrivare a fine mese.
• Lo svuotamento della democrazia reale: quando le scelte economiche fondamentali vengono sottratte al controllo democratico e consegnate ai mercati, alle agenzie di rating, a istituzioni sovranazionali che nessuno ha eletto, la democrazia diventa un guscio vuoto.
• La privatizzazione di tutto: sanità, scuola, trasporti, energia. Quelli che erano diritti universali sono diventati merci, accessibili solo a chi se le può permettere.
• La distruzione dei corpi intermedi: sindacati indeboliti, partiti ridotti a macchine elettorali, associazionismo messo ai margini. Il neoliberismo ha bisogno di individui soli, non di comunità che si organizzano.
In questo deserto, l'illiberalismo attecchisce facilmente. Come osserva Laruelle, i leader illiberali «stanno cercando di dirci qualcosa sulla nostra società, che dobbiamo affrontare dei problemi legittimi e che rappresentano persone che altrimenti nessuno ascolta». Ma la loro risposta è fasulla: non libera nessuno, incatena di più. Non redistribuisce nulla, consolida il potere del capitale sotto una maschera autoritaria.

■ La nostra risposta: lotta di classe, non uomini forti
L'unica alternativa vera – sia al neoliberismo sia all'illiberalismo – è la lotta di classe, organizzata dal basso:
•Salari dignitosi e contratti stabili per tutte e tutti
•Riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario
•Ripubblicizzazione dei servizi essenziali
•Una fiscalità davvero progressiva e la tassazione delle grandi ricchezze
•Democrazia nei luoghi di lavoro e partecipazione diretta alle decisioni
•Regolamentazione e controllo pubblico delle piattaforme digitali e dell'intelligenza artificiale, perché il tecnocapitalismo non diventi il nuovo sovrano
•Solidarietà internazionalista contro ogni forma di razzismo e di divisione tra chi è sfruttato
Non ci salverà nessun uomo forte. Non ci salverà il mercato. Non ci salveranno le "coalizioni dei volenterosi illiberali" che si contendono il potere tra Washington, Budapest e Bruxelles. Ci salverà solo la nostra capacità di organizzarci, di lottare e di costruire dal basso un'alternativa di società.

21/03/2026

Se pensi di andare in pensione nel 2026
devi sapere che...

Con la legge finanziaria (L. n. 199/2025) il governo ha nuovamente tradito le proprie promesse elettorali e peggiorato ulteriormente le condizioni per andare in pensione agendo in due modi:
da un lato ha cancellato alcune opportunità come l’anticipo della pensione (quota 103) e l'opzione donna, dall’altro ha rimodulato in peggio il ritardo nel pagamento della pensione (finestre mobili).
Ecco quali sono adesso le condizioni e i requisiti per accedere alle diverse possibilità di
pensionamento per i lavoratori e le lavoratrici iscritti alla previdenza pubblica obbligatoria.

Pensionamento Anticipato
Nessuna novità: si prescinde dall’età anagrafica ma gli uomini devono avere 42 anni e 10 mesi di
contributi (pari a 2.227 settimane) mentre le donne devono avere 41 anni e 10 mesi di contributi (pari a 2.175 settimane). Sia per il settore privato che per quello pubblico la pensione arriverà dopo 3 mesi dalla sua maturazione. Sono penalizzati i lavoratori iscritti alle ex casse di previdenza
amministrate dal Tesoro (CPDEL, CPI, CPS e CPUG) per i quali il ritardo sarà, nel 2026, di 5 mesi.

Pensionamento di vecchiaia
Nessuna novità: occorrono 67 anni di età e almeno 20 anni di contribuzione. Per i lavoratori
dipendenti addetti a mansioni particolarmente difficoltose e rischiose (vedi il decreto del ministero del lavoro del 5 febbraio 2018) si riducono i requisiti a 66 anni e 7 mesi purché vi siano le seguenti condizioni:
1. abbiano almeno 30 anni di contribuzione,
2. non siano titolari dell'ape sociale al momento del pensionamento.
Per la pensione di vecchiaia non si applicano finestre di slittamento e la pensione decorre dal primo giorno del mese successivo alla maturazione dei requisiti.

Quota 103 (62 anni di età e 41 anni di contributi)
Come detto sopra non è stata rinnovata ma può ancora fruirne chi ha raggiunto i requisiti entro il 31 dicembre 2025. Scegliendo questa forma di pensionamento si accettano alcune penalizzazioni:
1. la prestazione è calcolata con il sistema contributivo;
2. fino a 67 anni l'importo massimo della pensione così calcolata non potrà eccedere il valore di quattro volte il trattamento minimo inps;
3. la prestazione è erogata dopo la maturazione dei requisiti per: a) sette mesi per i lavoratori
del settore privato; b) nove mesi per i lavoratori dipendenti del pubblico impiego.

Ape social
È prorogata per tutto il 2026 per le seguenti categorie deboli:
a) disoccupati che abbiano esaurito del
tutto la NASpI;
b) invalidi civili almeno al 74%;
c) caregivers; d) addetti ad attività particolarmente “difficoltose e rischiose” i quali devono avere 63 anni e 5 mesi di età e 30 anni di contributi.

Opzione Donna
Anche opzione donna non è stata prorogata ma possono ancora accedervi le lavoratrici che
raggiungono 61 anni e 35 anni di contributi entro il 31 dicembre 2024 purché rientrino in tre
specifici profili di tutela:
a) caregivers;
b) in possesso di una invalidità civile almeno al 74%;
c) lavoratrici licenziate o dipendenti da imprese per le quali è attivo un tavolo di confronto per la
gestione della crisi aziendale presso la struttura interministeriale per la crisi d'impresa.
Ogni figlio, entro un massimo di due anni, permette lo sconto di un anno sul requisito anagrafico. Le lavoratrici del profilo c) dovranno invece avere 59 anni a prescindere dal numero dei figli.

Addetti a mansioni usuranti e notturni
Restano i requisiti ridotti di cui al Dlgs n. 67/2011. Si raggiunge con quota 97,6 (età + anni di contribuzione) purché vi siano le seguenti condizioni:
• 61 anni e 7 mesi di età minima, e minimo i per i dipendenti.
• 62 anni e 7 mesi di età e almeno 35 anni di contributi per i lavoratori autonomi
• nel caso di lavoro notturno è necessario aver svolto turni notturni (almeno 78 giorni all'anno)
per almeno 7 anni negli ultimi 10, oppure per almeno metà della vita lavorativa.

Lavoratori precoci
È confermata la riduzione a 41 anni del requisito contributivo a prescindere dall'età anagrafica se ci sono queste due condizioni:
1. aver svolto almeno 12 mesi di lavoro effettivo prima del 19° anno di età;
2. ci si trovi in una di queste categorie tutelate: a) disoccupati con esaurimento integrale
dell'indennità di disoccupazione;
b) invalidi almeno al 74%;
c) caregivers;
d) addetti ad attività particolarmente "difficoltose e rischiose" (vedi decreto del ministero del lavoro del 5 febbraio
2018);
e) addetti a mansioni usuranti e lavoratori notturni (dlgs n. 67/2011).

Contributivi Puri (lavoratori che maturano anzianità contributiva dopo il 31 dicembre 1995)
Si consegue il trattamento di vecchiaia ordinario se:
1. si hanno 67 anni di età e 20 anni di contribuzione e il rateo pensionistico non risulti inferiore
al valore dell'assegno sociale.
2. Si hanno 71 anni di età e 5 anni di contribuzione «effettiva» a prescindere dall'importo soglia.
Vi è però la possibilità di conseguire la pensione anticipata contributiva con 64 anni di età e 20 anni di contribuzione «effettiva» a condizione che il rateo pensionistico sia pari almeno a 3 volte il valore dell'assegno sociale.
Il rateo di pensione non potrà comunque superare il limite di cinque volte il trattamento minimo inps per l'anno di riferimento sino al raggiungimento dei 67 anni.
Per le donne con un figlio il requisito scende a 2,8 volte e si abbassa a 2,6 volte con due o più figli.
La prestazione è assistita da una finestra mobile di tre mesi dalla maturazione dei requisiti.
In alternativa la pensione anticipata si consegue al raggiungimento di 42 anni e 10 mesi di contributi
(41 anni e 10 mesi le donne).
In entrambi i casi la pensione si percepisce dopo tre mesi dalla maturazione del diritto.

L'assemblea del 14 marzo  è stata un momento di partecipazione straordinaria, capace di unire delegati da tutta Italia, ...
16/03/2026

L'assemblea del 14 marzo è stata un momento di partecipazione straordinaria, capace di unire delegati da tutta Italia, sia in presenza che da remoto. Questo confronto ha sancito la vitalità della nostra organizzazione e la voglia comune di guardare al futuro.
Conferma della Fiducia:
Accolgo con orgoglio la riconferma come Portavoce Nazionale. È un segnale di continuità che premia il lavoro svolto in sinergia con l'Esecutivo e il coordinamento costante con tutte le sedi territoriali.
Rafforzamento dell'Esecutivo:
Abbiamo ampliato l'Esecutivo Federale per integrare nuove energie, confermando al contempo figure chiave come la Tesoriera e il Rappresentante Legale per garantire stabilità amministrativa.
Espansione del Settore:
La nostra presenza è in forte crescita nel mondo della Scuola e degli Enti Locali, mentre manteniamo un presidio stabile e solido nel comparto Sanità.
Non siamo solo rappresentanza, ma supporto concreto. Il nostro programma per i prossimi mesi prevede:
​Formazione: Nuovi cicli di corsi professionalizzanti per i delegati e gli iscritti.
​Tutela Legale: Attivazione di servizi di consulenza online con legali convenzionati.
​Digitalizzazione: Un sito nazionale finalmente attivo, performante e costantemente aggiornato per essere sempre al fianco di chi lavora.
​Non solo siamo vivi, ma stiamo crescendo con una visione chiara: essere il punto di riferimento per chi crede in un sindacato moderno e presente.

13/03/2026

Ritorsione aziendale dopo un'intervista: il Cobas non arretra.

​Un’azienda ha denunciato una sua ex dipendente all’OPI (Ordine delle Professioni Infermieristiche), arrivando a chiederne la radiazione come "punizione" per un’intervista rilasciata a una TV locale.
​Nonostante l'assurdità della richiesta, l’OPI non ha rigettato l'istanza, ma ha scelto di aprire formalmente un procedimento disciplinare contro la professionista.
​Più in basso leggerete come si è conclusa questa vicenda nel dettaglio, ma una cosa deve essere chiara: il Cobas non si fermerà qui. Difendiamo il diritto di ogni lavoratore di denunciare pubblicamente ciò che non funziona.

L’Ordine delle Professioni Infermieristiche ha disposto l’archiviazione del procedimento disciplinare avviato nei confronti dell’infermiera F. M., dipendente della struttura sanitaria Responsible Research Hospital.La lavoratrice, iscritta al sindacato COBAS P.I. della struttura, era stata segnalata all’Ordine professionale dopo un’intervista rilasciata alla stampa locale nella quale aveva semplicemente rappresentato il disagio vissuto dal personale sanitario, legato ai ritardi nel pagamento degli stipendi.Nell’intervista la professionista aveva descritto la situazione lavorativa senza formulare accuse personali né espressioni offensive nei confronti di alcuno.Nonostante ciò, a seguito della pubblicazione dell’intervista era stata presentata una segnalazione all’Ordine delle Professioni Infermieristiche, che ha quindi avviato un procedimento disciplinare. Al termine dell’istruttoria, l’Ordine ha però disposto l’archiviazione del procedimento, escludendo la presenza di condotte disciplinarmente rilevanti.La lavoratrice è stata assistita dall’avv. Antonio Zecca, legale del sindacato COBAS P.I., che ha seguito la vicenda sin dalle prime fasi del procedimento.Per il sindacato si tratta di un passaggio importante.L’intervista rappresentava semplicemente una situazione di difficoltà vissuta dai lavoratori, senza attacchi personali o accuse. L’archiviazione conferma che non vi era alcuna violazione deontologica. La vicenda evidenzia quanto sia delicato il clima all’interno della struttura sanitaria, dove negli ultimi mesi diversi lavoratori hanno dovuto ricorrere anche ad azioni giudiziarie per ottenere il pagamento delle retribuzioni.Dietro questa vicenda c’è il lavoro silenzioso ma determinato del sindacato: mesi di vertenze, tutela legale e difesa dei lavoratori che hanno avuto il coraggio di raccontare una situazione reale senza offendere né accusare nessuno.

In occasione della Giornata Internazionale della Donna, ribadiamo il nostro impegno per un mercato del lavoro più equo e...
08/03/2026

In occasione della Giornata Internazionale della Donna, ribadiamo il nostro impegno per un mercato del lavoro più equo e inclusivo. Ridurre il gender gap non è solo un atto di giustizia, ma la condizione necessaria per lo sviluppo di tutta la società. Il lavoro dignitoso è il primo passo verso la libertà.
Buon 8 marzo

Indirizzo

Sede Nazionale: Viale Manzoni, 55
Rome
00175

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