11/09/2026
«Cosa succede “dietro le quinte” di un percorso psicologico?»
C’è una parte del mio lavoro che resta invisibile.
C’è un momento per uno psicologo che va oltre le tecniche, i test, le diagnosi e le etichette cliniche, c’è un lavoro emotivo che inizia quando il paziente - terminato il colloquio - esce, la porta si chiude e lo studio torna in silenzio.
Ma la seduta per me non è davvero finita!
Non metto semplicemente via il quaderno degli appunti ma resto lì, con il “peso”e la bellezza di tutte le storie di vita che mi sono state affidate.
Restano le sensazioni, le emozioni condivise, le domande su cui continuare a riflettere. Continuo a pensare a quale sia la strada migliore, a rielaborare ogni parola per prendermi cura di quel pezzetto di mondo interiore che la persona mi ha “portato”.
Non si può ridurre l’incontro tra psicologo, terapeuta e cliente/paziente a quei sessanta minuti insieme.
Il lavoro continua nei pensieri che porto con me, nel rispetto per il viaggio, per quelle lacrime e le vite di chi si affida a me.
Continuo a farmi domande su quei segnali invisibili, rielaboro l’incontro, e torno spesso a quei silenzi, a quello che non è stato detto a parole ma che il linguaggio del corpo della persona ha urlato: un respiro spezzato, una postura rigida, la tensione tra le spalle, una dermatite, un mal di testa, un mal di stomaco, o un disturbo fisico raccontato quasi di sfuggita.
Il corpo parla un suo linguaggio psicosomatico e custodisce spesso le emozioni che la voce non riesce ancora a pronunciare.
La seduta finisce, ma il lavoro per me continua quando il paziente chiude la porta.
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«Ti capita mai di accorgerti che il tuo corpo parla prima di te?»