04/05/2026
Perche' non tutte le madri amano.....
PARLIAMO APERTAMENTE DI UN ANTICO TABÙ: NON TUTTE LE MADRI AMANO I LORO FIGLI.
Non tutte le madri amano.
E questo è uno dei dolori più silenziosi e profondi che un essere umano possa portare.
Cresciamo dentro un corpo che dovrebbe essere rifugio.
Cerchiamo nutrimento in uno sguardo che dovrebbe essere approdo.
Ma non sempre è così.
Ci sono madri che non sanno amare, non perché cattive,
ma perché troppo ferite per potersi aprire alla tenerezza.
Madri che portano nel sangue generazioni di gelo emotivo, rabbia repressa, doveri mai scelti.
Madri che guardano le figlie come rivali, e i figli come strumenti.
E sotto, nell’invisibile, vibra qualcosa di antico, mai risolto.
Da un punto di vista psicologico, i figli di queste madri diventano spesso terapeuti inconsapevoli:
cercano di aggiustare, riparare, consolare.
Fin da piccoli leggono l’umore della madre per non farla arrabbiare, per non deluderla.
Rinunciano a sé per ottenere un briciolo d’amore.
Si convincono che, se lei è infelice, è colpa loro.
E da lì nasce il seme tossico della colpa,
che da adulti si riversa in relazioni sbilanciate, dove si dà troppo e si riceve poco.
Questi figli imparano a vedere tutto,
tranne se stessi.
Sviluppano un’empatia ipersensibile, ma perdono i confini.
E il corpo si irrigidisce, come se fosse sempre in allerta.
Perché lo è stato davvero.
Da un punto di vista karmico, la relazione con una madre distante, anaffettiva o disturbata
non è una punizione, né una scelta consapevole dell’anima.
Ma è l’effetto di una vibrazione animica ancora legata al dolore,
alla rinuncia di sé, alla dipendenza affettiva, al senso di indegnità.
E quella madre, con tutta la sua durezza o freddezza,
è lo specchio necessario per portare alla luce quella vibrazione nascosta.
Il dolore che viviamo non è casuale: ci parla di ciò che dentro di noi deve evolvere.
In questo legame spesso i ruoli si confondono:
il figlio diventa la guida emotiva della madre,
la figlia si fa madre della propria madre.
E mentre si tenta di guarire l’altro, ci si perde.
Perché non si è nati per essere lo psicologo dei propri genitori.
Si è nati per vivere.
Eppure proprio questo travaglio può diventare portale.
Perché ciò che si rompe, può anche diventare seme.
E chi ha conosciuto il gelo, può imparare a generare calore.
Ma non subito.
Serve attraversare la rabbia, il lutto di un amore mai ricevuto.
Serve smettere di giustificare chi ci ha fatto del male, solo perché ci ha dato la vita.
Serve guardare in faccia ciò che non si vede:
il vuoto, la fame d’amore, la vergogna che abbiamo seppellito sotto il controllo.
Solo allora può nascere qualcosa di nuovo.
Una relazione con noi stessi più autentica,
una capacità di amare che non parte dal bisogno, ma dalla verità.
Non tutte le madri amano.
Ma ogni figlio, un giorno, può decidere di non portare più sulle spalle il dolore che non gli appartiene.
E smettere di essere il terapeuta di chi non ha mai imparato ad amarlo.
𝒞𝓁𝒶𝓊𝒹𝒾𝒶 𝒞𝓇𝒾𝓈𝓅ℴ𝓁𝓉𝒾
Prossimo incontro: 7 maggio 20:30
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