18/06/2026
In ricordo di Ginzburg
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«Non è possibile dire in queste poche righe quello che Ginzburg è stato come storico, anche perché Carlo era refrattario a ogni metodo. Una delle frasi che più amava era quella del grande sinologo Marcel Granet: "il metodo è la strada dopo che la si è percorsa". Ora che Carlo non c’è più, possiamo però voltarci verso quella strada, usare i suoi libri come tracce per seguire il filo di Arianna del suo pensiero, della sua visione singolarissima della Storia. In questa visione regnano il caso, la sovranità delle fonti, la loro capacità di estendersi a tutto, la natura di muto enigma di ogni traccia storica. Per interrogare quell’enigma, per farlo parlare, lo storico, come un necromante, deve saperlo evocare. "Tutto può essere il passato, ma non disponibile, perché la scomparsa, l’assenza lo investono fino ai capillari", questa frase di Calasso, che sembra contraddire ogni possibilità di ricerca per lo storico, non ha mai spaventato Ginzburg, che ha fatto di quell’incolmabile distanza il punto di partenza delle sue indagini. Sempre ricordando l’opposizione fondamentale tra il giudice, come quelli di Dreyer, che "con aria composta" condannavano a morte, e lo storico, che vuole condannare il passato a vivere.
Tutto questo mi riporta alla lettura di 'Storia notturna', alle vittime e ai carnefici dei processi di stregoneria, all’"esercito furioso" dei morti, alle voci dei benandanti e a quella indecifrabile, indimenticabile di Menocchio. Testimoni muti che Ginzburg richiama e fa irrompere sulla scena della Storia, strappandoli all’ombra, per farli parlare di nuovo. Forse per la prima volta, certamente per sempre ("tutto quello che è importante accade nell’ombra. Non si sa nulla della vera storia degli uomini" – questa frase di Céline si trova in epigrafe al 'Formaggio e i vermi'). Senza Ginzburg, senza la sua capacità rabdomantica di aprire uno spiraglio nella loro intimità, condannandole momentaneamente a vivere, oggi quelle voci non sarebbero udibili. E per questo non smetteremo mai di essergli grati».
Il ricordo di Roberto Colajanni oggi sul Corriere della Sera.