17/05/2026
In Italia esistono ancora oltre 300 enti chiamati 'università' che non hanno mai smesso di funzionare dal Medioevo.
Non insegnano nulla. Tengono assemblee, gestiscono migliaia di ettari e portano in tribunale chiunque provi a privatizzare le loro terre.
E la stragrande maggioranza degli italiani non sa che esistono.
Si chiamano Università Agrarie. Il nome viene dal latino 'universitas' — che non significa ateneo, ma 'totalità della comunità'. Nel Medioevo, ogni borgo creava la propria 'universitas' per gestire ciò che non poteva essere di nessuno in particolare: pascoli, boschi, acque, terre comuni.
Quel sistema non è mai stato abolito.
Solo nel Lazio ne esistono circa 50, con un patrimonio stimato intorno ai 50.000 ettari. La più grande d'Italia è quella di Tolfa, seguita da Allumiere — dove oggi si coltivano cereali biologici, si allevano bovini e si gestisce direttamente la filiera zootecnica, esattamente come si faceva secoli fa.
A Blera, sempre nel Lazio, l'Università Agraria controlla 3.572 ettari di boschi, seminativi e pascoli. Una superficie più grande di molti comuni italiani, gestita da un ente che sulla carta potrebbe sembrare un reperto storico.
Spoiler: non lo è.
Questi enti assegnano ancora oggi diritti precisi — chiamati usi civici — alle famiglie iscritte per generazioni: il diritto di pascolo, il legnatico (raccolta della legna dai boschi), la raccolta di funghi, tartufi, erbe. Non sono privilegi simbolici: sono diritti giuridicamente azionabili, riconosciuti dalla Legge 397 del 1894 e confermati — nel Lazio — dalla Legge Regionale 20 del 2005.
E quando qualcuno prova a ignorarli, l'Università Agraria fa causa. E vince.
La ragione è semplice quanto paradossale: queste terre non possono essere vendute, né ereditate, né privatizzate. Appartengono alla comunità per definizione giuridica. Chiunque tenti di appropriarsene si scontra con un ente medievale che ha dalla sua parte secoli di precedenti e una legge regionale aggiornata.
In Abruzzo sono attive a Isola del Gran Sasso, Cortino, Tossicia. In Toscana esistono strutture analoghe. In tutto il paese, oltre 300 enti simili gestiscono silenziosamente terre collettive che nessun governo ha mai avuto il coraggio — o la voglia — di toccare.
Un pezzo di Medioevo che ha sopravvissuto a ogni riforma agraria, a ogni codice civile, a ogni ondata di privatizzazioni.
Il comune più vicino a casa tua potrebbe averne una.
In breve:
Oltre 300 Università Agrarie medievali sono ancora attive in Italia, specialmente in Lazio, Toscana e Abruzzo.
Gestiscono decine di migliaia di ettari e assegnano diritti collettivi (pascolo, legnatico, raccolta) riconosciuti per legge.
Le loro terre non possono essere privatizzate: questi enti fanno causa a chiunque ci provi, e vincono.