Tempio: Storie di una Città perduta

Tempio: Storie di una Città perduta Nel corso di questa esperienza racconteremo le storie dimenticate di una città perduta attraverso d

➡️ TEMPIO: elezioni comunali 2026 - UN MONITO DAL PASSATO🕰 Il teologo Giò Battista Aquenza, mentre il'700 andava a morir...
02/06/2026

➡️ TEMPIO: elezioni comunali 2026 - UN MONITO DAL PASSATO

🕰 Il teologo Giò Battista Aquenza, mentre il'700 andava a morire, dovette fuggire da Tempio, perseguitato dal vicario Spano. Nel 1794 scrisse questi amari versi di vibrata protesta. Uno storico lamento, che dissimulava però, nella rabbia e nella forza dell'invettiva, nel rammarico per l'esclusione e l'emarginazione dei più meritevoli, il profondo amore per la propria città.

📜 È un rimprovero poetico di un "Magghjóri". Un richiamo alla dignità, alla civiltà, e al sacrosanto dovere del rispetto. Alla propria responsabilità. Un invito a misurarsi sempre con il lavoro e con i risultati di chi, nel tempo, si è a sua volta misurato con la ruota della storia e con l'identità di una intera comunità.

💫 Siamo convinti che nessuno si offenderà o si sentirà preso di mira. Forse ognuno anzi riconoscerà nell'amarezza di questi versi i difetti del proprio avversario.
Ma anche se dovesse riconoscere i suoi, ricordiamo che a Tempio, dagli Scolopi in poi, l'istruzione superiore ha coltivato il dovere del pensiero critico. E la tradizione carnevalesca, ha imposto l'accettazione della satira come espressione autentica della cultura popolare.

🌺 “In chi locu socu natu?
O Deu chi locu è chistu?
L'omu d'onori è mal vistu.
Ben vistu è lu svalgugnatu.

Tempiu po' dissi abali
locu di cunfusioni.
Abbattuti so' li boni.
Esaltati so' li mali.
Chi clima chistu fatali!
Chi paesi iscunsaltatu!

Di chiddh'omini dabbè
no sinni faci più contu.
Omu saiu è chiddu ch'è
sempr'a mittì focu prontu;
un fattu illustri è affrontu
e gloria un attintatu.

Un supelbu, un tontu, un maccu,
par ispiritosu è tentu.
Un saiu, unu di talentu,
s'arrumba pegghju d'un saccu;
e l'omareddhu più fiaccu
pa' lioni è ghjudicatu.

Li faulagghj impusteri
so' l'oraculi presenti.
Li veridichi e sinzeri
so' l'omini di nienti;
ca no trampa, ca no menti,
no è omu accriditatu.

L'imbruglioni, li tramposi
so' tent'ogghj pal sapputi,
li sapputi e viltuosi
pal cechi, pal suldi e muti.
A chi tempi scunnisciuti
chi se' Tempiu paratu!” […]

🧱 Visione aerea del palazzo comunale di Tempio nel teatro architettonico di piazza Gallura (foto Marco Ladu)

🖊️ "OMICIDI ECCELLENTI NELLA TEMPIO SABAUDA DEL '700" - Recensione di una lezione all'UTE TEMPIO📖 "IL SENSO DI GENNARO P...
30/05/2026

🖊️ "OMICIDI ECCELLENTI NELLA TEMPIO SABAUDA DEL '700" - Recensione di una lezione all'UTE TEMPIO

📖 "IL SENSO DI GENNARO PER LA STORIA"
Gennaro Landriscina non possiede la cosiddetta "limpieza de sangre", un falso pregio discriminatorio tanto amato dalla Santa Inquisizione della Corona di Spagna. Il suo sangue è "impuro" perché meticcio. Il suo cognome paterno non è sardo e non può dimostrare di avere un albero genealogico assolutamente "puro". È però un vero e autentico tempiese, per nascita, cultura e sentimenti. Figlio della Gallura, da sempre terra di frontiera. Tempiese e Gallurese e allo stesso tempo cittadino del mondo. Al tempo stesso dice di non essere uno storico... Sempre perché "meticcio". Per la sua formazione medica. Perché la sua mente è scientifica. Ma la lettura della storia dal suo punto di vista, di medico oncologo e nefrologo di grande esperienza, è particolarmente suggestiva. Profondo conoscitore del dolore della malattia e della speranza della cura, Gennaro sa leggere con sicurezza anche i malanni e i tormenti di un'umanità ormai scomparsa nel gorgo del tempo. Riesce a decifrare e capire la storia più vera, la storia scritta nelle date e nei dati della vita delle persone.

⚔️ "LA SOMMAZIONE"
Se la sua formazione è scientifica, la sua apertura mentale e la memoria sono straordinarie. Studia la storia di Tempio, della Gallura e della Sardegna da una vita, da quando per evadere dalle dolorose preoccupazioni della professione medica all'ospedale San Francesco di Nuoro, si rifugiava nella storica "Biblioteca Sebastiano Satta" per le sue infinite ricerche storiche. Per studiare sempre. Però con nobile ed elegante modestia dice di non sentirsi uno storico. Il metodo scientifico della "sommazione", è il metodo che ha applicato alla ricerca storica. "Due più due fa sei, a volte sette, qualche volta otto... Ma mai quattro"! La sua indagine induttiva di raccolta dei dati per arrivare alla diagnosi. Il totale non è mai aritmetico. Dal particolare al generale. E al tempo stesso deduttiva, quando dal generale si deve tornare indietro al particolare per verificare false credenze e teorie. Questo metodo crea molteplici occasioni di collegamenti, tra le conferme dei dati storici, le nuove scoperte, e il lavoro e la valorizzazione di altri ricercatori con diversa formazione. È un processo inesauribile di confronto generoso e di condivisione tra discipline alla ricerca e alla scoperta della verità storica. Il frutto di questo lavoro è quasi simile al fenomeno dell'eterosi in genetica, il cosiddetto "vigore ibrido", che deriva dall'incrocio di due linee diverse.

🛡️ "OMICIDI ECCELLENTI NELLA TEMPIO SABAUDA DEL '700"
Una lettura critica e non agiografica della storia della nobiltà tempiese. La lezione all'UTE TEMPIO del 28 maggio del Prof.Gennaro Landriscina è stata un clamoroso successo. Una tecnica oratoria raffinata e coinvolgente. La presenza di un autentico "mattatore" sulla scena, che ha dimostrato la sua naturale capacità di navigare "a braccio" nell'insidioso e tempestoso mare della cronaca storica dei frequenti delitti della nobiltà tempiese nel '700. Una nobiltà che ostentava una supremazia sociale che era fondata sui privilegi e sulla sopraffazione e lo sfruttamento delle classi più deboli. Ma non era di origine divina, e la storia dei nobili non era la storia dei Santi. Le decine di omicidi "eccellenti", di nobili vittime e nobili carnefici, raccontati e commentati da Landriscina, lo hanno dimostrato. La sua incredibile e appassionata capacità di tramutare la tragedia in commedia, di suscitare il riso pur parlando dei delitti più atroci, ha generato ripetuti e fragorosi applausi a scena aperta, che hanno suggellato e gratificato la sua fatica oratoria.

🔸 Per l'ennesima volta ringrazio l'UTE Tempio - Università per la Terza Età di Tempio Pausania, la storica Presidente Li...
21/05/2026

🔸 Per l'ennesima volta ringrazio l'UTE Tempio - Università per la Terza Età di Tempio Pausania, la storica Presidente Lina Rosa Antona e tutto il direttivo per la fiducia, la stima e l'onore che sempre mi concedono invitandomi a tenere queste lezioni, meravigliose occasioni di divulgazione della nostra storia. Ringrazio anche il fedele, attento e paziente pubblico dei soci, e in particolare i nostri inaspettati ospiti venuti da Arzachena. La loro gradita e gratificante presenza ci ricorda, come non mai, l'importanza della cura e della conservazione del bene comune: la storia e l'identità gallurese.

Nella serata di martedì Nicola Vasa ha superato se stesso, se mai ce ne fosse stato bisogno, raccontandoci del grande potere della famiglia Misorro, proprietaria di gran parte delle estensioni terriere sulle quali ha compiuto il suo lungo percorso la vita degli stazzi e del suo popolo. L’interesse dell’argomento, condotto con l’oratoria che sempre caratterizza il nostro docente, si è rivelato ancora più ampio del solito. La sala gremita, infatti, è stata arricchita ulteriormente da presenze eccellenti accorse da Arzachena, fra le quali Don Francesco Cossu, storico di indiscusso sapere sulla storia della Gallura e del suo popolo; Mario Sotgiu Dessole, cultore e studioso delle tradizioni e dei percorsi della cultura materiale e non solo; Giuseppe Contini, autore del recente libro sugli stazzi galluresi.
In Gallura, il desiderio di conoscenza delle radici che ci accomunano non ha barriere.

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17/05/2026

📣 Annuncio❗NUOVA LEZIONE ALL'UTE TEMPIO:
🗣️ "IL MERAVIGLIOSO STAZZO DI CANDÉLA... - La proprietà della terra in Gallura dal '600 all'800".
👉🏻 UNIVERSITÀ PER LE TRE ETÀ di TEMPIO - Palazzo degli Scolopi, martedì 19 maggio, ore 16:30. La lezione è aperta a tutti.👇🏻

📜 "IL MERAVIGLIOSO STAZZO DI CANDÉLA" - Un atto notarile del 1861

⚜️ "L'ASSOLUTO DOMINIO"
La parola "stazzo" in Gallura è sempre riferita sia al terreno che alla casa di abitazione. Gli stazzi più importanti dei nobili tempiesi erano "a palazzu": veri e propri palazzi urbani, il blasone araldico trasferito in campagna. Dovevano avere almeno un piano, i solai in travi e tavolati di legno, la muratura in granito lavorato "faccia a vista" e i "capitelli", le mensole sottogronda. "Lu Palazzeddu di Candéla" aveva due piani ed era la fortezza di granito di "Candéla e Pèntima", uno dei tanti stazzi dei nobili Pes Riccio. Il modo di dire: "S'ha fattu la casa a palazzu", nel codice del linguaggio antifrastico gallurese rimarcava in modo severo e sprezzante le vane e fallite ambizioni, naufragate in difficoltà insuperabili. Nella seconda metà dell'800 la vecchia nobiltà terriera era ormai decaduta, e le rendite parassitarie compromesse. I concetti di "assoluto dominio" e "immemoriale possesso", citati negli atti notarili, stavano finendo. Un lento ma implacabile capovolgimento dei ruoli era in atto. Gli ultimi nobili avevano ora bisogno dei pastori e non il contrario. Molti pastori si erano già ribellati alle vessatorie condizioni dei contratti di mezzadria e avevano usurpato stazzi in tutta la Gallura. Altri avevano comprato le proprietà in liquidazione con i frutti del loro incessante lavoro. I beni guadagnati o conquistati stavano sostituendo i beni ereditati, ottenuti senza sforzo alcuno.

🪔 "DONNA MARIANNA PES PES"
Il Sacerdote Don Gavino Pes, il più grande poeta della Gallura (1724-1795) e la sorella Donna Maria Anna sposata con Don Joseph Pes di Villamarina avevano devoluto tutti i loro beni alle giovani nipoti Gavina e Battistina Pes Sardo. Figlie del fratello Don Antonio Francisco Pes e di Donna Maria Sardo. Le due sorelle erediteranno tutta la fortuna del casato dei Pes Riccio. Stazzi in tutta la Gallura con migliaia di capi di bestiame, palazzi, vigne, orti, mulini e concerie. Oltre ai lucrosi interessi, chiamati "pensioni", sulle decine di censi al 6% e all"8% della ricca attività creditizia di "Don Baignu", una vera e propria banca a Tempio. Gavina e Battistina si sposeranno nel 1798, nello stesso giorno, a 18 e 17 anni. Gavina con Don Miguel Massidda e Battistina con Don Joseph Pes. I loro figli Don Gavino Massidda Pes e Donna Marianna Pes Pes, a loro volta eredi del patrimonio, erano cugini in primo grado e di conseguenza molte loro proprietà erano confinanti. Tra i tanti stazzi nella Cussorgia di Arzachena "Dunniquedda" e "Campianatu", e in quella di Monti di Mola "Lu Infarru", "Cumitoni" e "Fratomulza". Citati nei testamenti settecenteschi. Nomi di estesi possedimenti dei quali non c'era mai stato bisogno di dichiarare le superfici. Col passare del tempo, le divisioni e le vendite, questi nomi ne generarono molti altri. Don Gavino Massidda Pes possedeva lo stazzo di "La Prugnóla", e Donna Marianna Pes Pes, che portava il nome della prozia benefattrice, quello di "Candéla". Sebastiano Soggiu Mùscia era pastore alla "Prugnóla". E si propose di acquistare il vicino stazzo di "Candéla". Una sfida. La fine della servitù e la conquista della proprietà.

✒️ "UN SEGNO E UNA CROCE"
"L'anno del Signore 1861, il giorno 31 del mese di maggio in Tempio, avanti di me Francesco Luciano Regio Notaio (...) la ben cognita Donna Marianna Pes Pes del fu Don Giuseppe (...) vende al pastore di Tempio Sebastiano Soggiu, denominato Mùscia e Alligrìa, del fu Stefano (...) questo stazzo denominato Candéla con l'annessa regione di Pèntima che legittimamente possiede in questa Cussorgia denominata Arzaghena, estensione di iugeri/10 e di ettari trenta, cedendo il più od il meno a beneficio o danno del compratore". L'antica misura dello iugero era il terreno arato da un giogo di buoi in un giorno, e in Sardegna poteva corrispondere a circa 2500 o 3300 mq., cioè a un quarto o a un terzo di ettaro: dunque "Candéla" era "più o meno" uno stazzo di circa 33 ettari. Il possesso decorrerà dal giorno di San Giovanni dell'anno seguente, il 24 giugno del 1862. Il prezzo di vendita è di "lire nuove tremilacinquecento, delle quali lire mille in monete sonanti" e il resto sarà pagato a rate: 500 lire entro il prossimo mese di settembre, 750 lire il primo giugno del 1862, 750 lire il primo giugno 1863, e le restanti 500 lire lo stesso giorno del 1864. "Ben inteso che detto acquisitore Soggiu non sarà tenuto ad alcuna corrispondenza di interessi"... Lo scrupoloso Notaio Luciano lo specifica, nonostante l'atto sia pieno zeppo di cavilli e formule che tutelano la parte venditrice. Forse perché la normale riscossione degli interessi era sempre stata una consuetudine più che naturale, una parte importante delle rendite parassitarie della piccola nobiltà. Le parti arrivano concordi alla firma dell'atto e si trovano nella medesima difficoltà. Non sanno scrivere. "Mentre in tutto approvano ratificano e solennemente confermano, e si crocesegnano per essersi dichiarate le parti inalfabette". Ma c'è un piccolo particolare che tradisce un ossequioso rispetto di classe e il pregiudizio sociale del tempo. La firma di Donna Marianna Pes Pes è definita "Croce", quella di Sebastiano Sotgiu Mùscia, che paga, è detta semplicemente "Segno".

🕰️ "L'OROLOGIAIO DEL CAMPANILE"
"L’anno mille ottocento ottantadue, addì trenta di marzo alle ore antimeridiane dieci e minuti quindici, è morto Soggiu Sebastiano fu Stefano, di anni settanta, pastore residente in Arzachena" (Mundula Sacerdote Gaspare delegato Ufficiale dello Stato civile del comune di Tempio in Arzachena). "Il suo soprannome era Muscia ed Allegria, ma comunemente riconosciuto e chiamato con il primo. Il soprannome fu etichettato al padre Stefano, come ha origine ogni cosa, perché teneva, da bambino, il gatto di casa nelle braccia. E da egli il soprannome di padre in figlio sino a noi. Egli faceva il servo nel Naracu con il povero Sanna Giorgio, ove conobbe e sposò Codina Antonia, donna di servizio. Entrambi erano molto poveri, difatti rimase per detto che lo sposo, il giorno del matrimonio, si fece prestare la berretta e l’anello (...) Andò a mezzadro alla Prugnola, nella proprietà di Don Gavino Massidda. Fu con Don Gavino Massidda che dal puro e onesto lavoro riuscì a mettersi da parte dei soldi e comprò la proprietà di Candéla da Donna Marianna Pes di Tempio per 3500 lire. Nonostante la compera continuò a rimanere nella Prugnola e scese a Candéla, appena sposato, il figlio Giovanni che andò ad abitare nella casa vecchia originaria. Dopo due o tre anni scese anche bisnonno e nel 1871 ha fabbricato le case. L’anno della costruzione, 1871, si rileva nella soglia superiore del portone. Nel 1872 ha demolito la casa detta vecchia dove abitava il figlio Giovanni e l’ha ricostruita più bella, nello stesso posto. Anche l’anno 1872 si rileva sulla soglia superiore della porta" (Matteo Sotgiu). Da Sebastiano, Giovanni: da Giovanni, Sebastiano; Da Sebastiano, Stefano. Stefano Sotgiu, Orologiaio di Arzachena a metà del '900. "Mio nonno realizzò il meccanismo per l'orologio del campanile di Arzachena con tutti i cantoni di contrappeso e carica manuale: un sistema meraviglioso e, credo, ancora lì. Nel 1930 ricevette anche "l'appalto" per dargli la carica ogni giorno..." (Mario Sotgiu Dessole)

📐 "IL TOPOGRAFO BASTIANO SOTGIU"
Da Stefano Sotgiu, Bastiano Sotgiu. Ad Arzachena, come in tutta la Gallura "s'éra siccata la funtana" dei privilegi e vitalizi della piccola nobiltà. I pastori erano diventati artigiani, commercianti e professionisti, la nuova energia del lavoro della classe borghese. Un'impressionante rivoluzione stava cambiando per sempre le valutazioni dei difficili e improduttivi terreni vicino al mare. Cervi, mufloni e volpi avevano marcato i toponimi delle coste. L'unica attività possibile in queste lande impervie era da sempre l'allevamento delle rustiche capre sarde. Ma tutti i tradizionali difetti ora erano diventati pregi. La natura selvaggia e incontaminata, la macchia mediterranea, le rocce che impedivano la coltivazione. I terreni scoscesi e inaccessibili assumevano un nuovo e inaspettato valore. Bello perché selvaggio il territorio andava incontro a uno straordinario sviluppo turistico. Bastiano Sotgiu era lo storico geometra che misurava la nascente Costa Smeralda. Supporto tecnico indispensabile per le migliaia di atti rogati dal Notaio Mario Altea di Tempio. I rilievi topografici, le carte Igm, le planimetrie catastali, i nuovi progetti, i frazionamenti, affollavano lo studio tecnico Sotgiu. Il piccolo figlio Mario affascinato dalle carte del padre, crescendo svilupperà una forte passione per la cartografia storica. Con l'ingenua curiosità di un bambino chiedeva a suo padre cosa fossero tutti quei piccoli rettangoli delle mappe sui tavoli da disegno del suo studio. La lente d'ingrandimento di una nuova geografia di rilievi e progetti stava incontrando la memoria storica del territorio: "Sò li casi... E si figghjuli bè vidi puru lu fumu di la ciminèa isciendi..." Era la suggestiva e fantastica visione offerta alla fertile immaginazione di un bambino. Le case della vecchia e nuova Gallura, e gli antichi stazzi delle campagne di Arzachena con i loro camini accesi. Compreso lo stazzo meraviglioso di "Candéla e Pèntima", che Donna Marianna Pes Pes aveva venduto nel 1861 al pastore Sebastiano Soggiu "Mùscia e Alligrìa".

📷 Nelle foto: lo stazzo di Candéla ad Arzachena; stralci dell'atto notarile del 1861; il secondo Sebastiano Soggiu Mùscia e Alligrìa; Stefano Sotgiu Orologiaio; la mezzaluna del portone di Don Gavino Pes Pes; l'antico palazzo Sardo Pes a Tempio; l'araldica dei Pes nel chiostro degli Scolopi.

🔸 Ringrazio sinceramente l'amico Mario Sotgiu Dessole per tutto il materiale documentario e fotografico, per avermi raccontato questa storia e per avermi concesso il privilegio di pubblicarla.

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15/05/2026

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🗡️ "BÓCA LI CORRI, MINNANNU MISORRU" - Una vendetta popolare

📰 "LI DIMMANDÒNI"
Nella Tempio del Seicento spagnolo, Don Gavino Misorro era un vecchio despota che aveva sposato una giovinetta. Non conosciamo le loro date di nascita, ma ci possiamo regolare con quelle di morte. Don Gavino muore nel 1706, in tarda età. Donna Josepha Mancusa nel 1763. Uno strano matrimonio, forse combinato. La Badessa del Convento delle Cappuccine si chiamava Rosalía Mancusa e il Decano dei Canonici Francisco Misorro: due cognomi appropriati. Qualcosa di questa infelice storia d'amore dev'essere arrivata alle vigili orecchie delle trentasei famiglie di pastori che conducevano in tutta la Gallura i trentasei stazzi di proprietà di Don Gavino, Cavaliere Nobile Don dal 1694. La tradizionale trasmissione orale della conoscenza del passato e delle notizie di attualità erano una pratica diffusa nel mondo degli stazzi galluresi. Il miglior antidoto al diffuso analfabetismo imperante nelle campagne. Gli araldi e messaggeri itineranti, giornalisti e inviati speciali, erano i mendicanti. "Li dimmandòni". Sempre benvoluti, rispettati e aspettati, trovavano nella tradizionale e compassionevole ospitalità della civiltà degli stazzi un rifugio, e la salvaguardia della loro dignità di persone. Un sentimento misericordioso che i pastori di Don Gavino Misorro avevano, ma che il loro avaro padrone, chiuso nel suo palazzo fortezza di Tempio, non conosceva.

🫎 "DA PA**LO A LONGOSARDO"
I pastori galluresi consideravano sacra l'ospitalità, rifiutarla era un grave peccato. Accoglievano i mendicanti dicendo "è passatu Nostru Signóri", e la porta degli stazzi come quella delle chiese campestri era "una 'janna sempr'abbalta". I mendicanti ricambiavano come potevano. Portavano nella solitudine rurale "di lu pasturíu" le notizie della città lontana. Lo sapevano e lo dicevano: Don Gavino Misorro "éra un currútu". Gli stazzi di Muraglia, di Pa**lo e Pulchiana, di Vignola e Monti Russu, di Capotesta, Longosardo e di lu Calcinagghiu, del Liscia e di Coluccia, e gli 8300 capi di bestiame, non erano serviti a creare la felicità familiare. Donna Josepha era fuggita nel maggio del 1706 ed era tornata dalla sua famiglia a Sassari portando con sé il piccolo figlio Juan. Il vecchio Don Gavino morirà solo, nel mese di settembre dello stesso anno. Nel testamento la considerava legittima erede soltanto a condizione che dopo la sua morte tornasse a vivere nel palazzo di famiglia e che portasse il lutto. Donna Josepha tornò, ma i figli ora erano due. Era nato un altro figlio, causa evidente della fuga a Sassari. Un nuovo Don Gavino Misorro era arrivato. Morirà assassinato nel 1766.

✂️ "I FARA-PILONI"
Negli stazzi di Pa**lo tra i pastori che avevano conquistato le terre di una nobiltà decaduta e scomparsa c'erano i Fara. Con la tradizionale aggiunta del soprannome identitario, i Fara "Piloni". "U piloni" era in Corsica un gabbano pesante, tessuto in pelo di capra, in "pelu caprunu sanu", e poteva pesare dieci chili. Sorprendente notizia in Sardegna, dove si tosavano solamente le pecore. Serviva a proteggere i pastori dalle intemperie di una vita difficile, guidando il bestiame negli interminabili sentieri della "muntagnéra", la transumanza. Per fare di necessità virtù, le capre si tosavano ogni tre anni, e soltanto sui fianchi, mai sulla schiena. Si producevano anche le "funi di piloni", che si vendevano nelle fiere. Quanti pastori galluresi avevano radici corse, e quanti usi e costumi diventarono in Gallura prima soprannomi e poi cognomi. Il cognome "Misgiscia" in Gallura derivava dal nome di un processo di essiccazione e conservazione della carne di capra in Corsica. Il cognome Brandincu ricordava "li Brandinchi", spregiudicati mercanti corsi di Brando che sbarcavano le loro merci a San Teodoro. L'insediamento diffuso degli stazzi era patrimonio comune della Gallura e della Corsica.

📜 "L'EPIGRAFE DI LU CALCINAGGHJU"
Nella piana di Pa**lo le chiese campestri di San Gavino e San Giacomo erano testimonianze dei culti della famiglia Misorro, ma la vera prova la troviamo nella chiesa di San Giacomo di Lu Calcinagghju, presso Bassacutena. Giuseppe Misorro nel 1679 aveva realizzato a sue spese e donato la statua in marmo del Santo. Era il fratello di Don Gavino, e un altro Giacomo Misorro era Capitano dei Barracelli, "una schiera di bravi". Anche nell'oratorio delle Anime del Purgatorio a Tempio leggiamo lo stesso anno 1679. Nell'inscrizione sull'architrave del portone in compagnia dell'acronimo IHS, "Iesus Hominum Salvator". Chi doveva espiare la colpa di un eccidio di venti nemici proprio in quel sito? Giacomo, come racconta l'Abate Vittorio Angius riportando nel Dizionario Storico Geografico una storia già diventata leggenda popolare? Oppure Gavino, il più ricco allevatore della Gallura, che possedeva i mezzi necessari a edificare una chiesa? Chi provava "rimorso"? Chi aveva il miglior interesse? "Cui prodest"? Chi aveva obbligato Don Gavino, che "éra andatu a Roma a pintissi"? Il titolare del "GM" inciso sull'acquasantiera del Purgatorio raccomandava l'anima a Dio. Un pentimento teatrale, un esempio del solito commercio delle indulgenze che aveva scatenato nel 1517 la Riforma Protestante. Misorro era un cognome che oggi non esiste più, né in Sardegna né in Spagna, e che curiosamente includeva un altro nome, un nome spagnolo simbolo dell'astuzia e della scaltrezza. "Sorro", che si legge "Zorro". La volpe.

📿 "L'ABITO SERAFICO"
Nel momento della verità, il desiderio di Josepha Mancusa era garantirsi la salvezza dell'anima. Si usava invocare il perdono devolvendo beni e denari e ordinando messe perpetue di suffragio. Lei chiese anche di essere seppellita in "abito serafico", un saio francescano vecchio e logoro, che doveva essere il suo passaporto personale per il Paradiso. Ma i privilegi stavano per finire. Il secondo figlio, bastardo ma legittimato, morirà assassinato tre anni dopo, le proprietà stavano per svanire nel nulla, ma non era la sua la colpa che pesava sulla bilancia del destino. Il ricordo dell'antico smisurato potere si spegneva. La ricchezza accumulata, frutto della violenza e della prepotenza, si affievoliva e si dissolveva in cenere. Rimanevano soltanto le due lettere incise nell'oratorio del Purgatorio, e l'eco lontana di un nome, quasi un esorcismo liberatorio, in un gioco ingenuo e felice di bambini negli stazzi di Pa**lo.

🐌 "UNA VECCHIA FILASTROCCA"
"Bóca li corri, Minnannu Misorru" era riferito alle antenne retrattili delle lumache, un gioco tramandato da generazioni. L'ironia e il sarcasmo si celavano dietro l'innocente e libero divertimento dei bambini degli stazzi galluresi. Era una vendetta popolare, il ricordo del sollievo per la scomparsa del terribile e vessatorio giogo di tipo feudale della "soccida di ferro", e per la conquista della dignità e della proprietà. Tramontati gli antichi fasti e privilegi, era ormai vuoto a Tempio il palazzo di ventisei stanze nel quartiere di Monti Pinna. Descritto come "Casa Biribiri" nel Dizionario Storico Geografico del Casalis-Angius. Ridicolizzato dalla parlata popolare. Nella memoria si affievoliva la paura, poi sostituita dal disprezzo e dall'oblío. Il palazzo e gli stazzi vennero abitati da altre persone, con altre ambizioni e diversi princìpi. Che non avevano bisogno di pagare impressionanti tributi per la salvezza dell'anima. Nel momento della verità, pregavano i loro Santi e vantavano l'onesto e generoso percorso della loro vita di duro lavoro. Con una semplice, umile e nobile certezza... "Lu ben fà, no móri mai".

📷 Nelle foto: Giuseppe Fara e Vittoria Cannas nel giorno delle loro nozze negli stazzi di Pa**lo; "u piloni" in Corsica; la lapide di San Giacomo di Lu Calcinagghiu, l'oratorio delle Anime del Purgatorio e il palazzo di Don Gavino Misorro.

🙏🏻 Ringrazio: Clementina e Giovanna Maria Fara, mie amiche da sempre, per la filastrocca popolare di "Minnannu Misorru" e per le foto della vita serena negli stazzi di Monti Ruju e Tanca Longa a Pa**lo; l'amico Dumé Bartoli per le foto di "u piloni" dalla Corsica.

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13/05/2026

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✨ "DALLE STELLE ALLE STALLE" - Le due anime storiche di Tempio, aristocratica e popolare

🧶 Dopo il testamento di Don Gavino Misorro, che lascia il suo palazzo-fortezza e grandi mandrie di bestiame, il testamento di 'Jacu, che lascia "l'appusentu" e il suo asinello. Torna il grande Bernardo Sansan, studioso di straordinaria cultura, che riesce, con un sonetto satirico di costume scritto nel suo perfetto e antico dialetto tempiese, a rappresentare fedelmente la realtà di una Tempio popolare e contadina. Descrive con tagliente ironia il vendicativo testamento che punisce severamente una moglie che non ama e che non accudisce abbastanza suo marito. Beneficiari della vigna, dell'orto, della casa e della "tanca", dell'umile stanza - "l'appusentu" - con tutto il suo mobilio, del cortile, e dell'asinello, sono il convento, l'ospedale, "la mudderi di Pascali", e anche il manovale. Ma non la moglie, che riceve invece solo gli strumenti, accuratamente conservati in fondo alla cassapanca, di un lavoro che non ha mai voluto fare...aghi e agorai, filo, spille e bottoni, con il consiglio sprezzante di imparare una buona volta... ad attaccarli.

"Appena 'Jacu s'è sintutu mali
si poni a lettu e faci tistamentu:
laca l'oltu e la 'igna a lu cunventu,
e la casa e la tanca a lu 'spidali;

e laca a la mudderi di Pascali,
ca' sa palchì, la colti e un appusentu
cun tutta la mubbiglia chi v'è indrentu;
e l'asineddu a lu so' maniali.

Filu, aànci e buttoni, achi e achéri
tinìa adducati in fundu a lu cascioni,
e chissu solu a la mudderi laca,

cun chista scritta : - Chistu a mé mudderi,
chì lu 'mpària a attaccà, cand'un buttoni
n'ésci da la camisgja o da la braca.-”

🍀 Bernardo Sansan, “La vendetta”

🎨 Nella foto un vecchio portone di gusto spagnolo, miracolosamente sopravvissuto in una via della Tempio dimenticata. Conserva una tipologia quasi scomparsa, con gli scuri, "li pultitti", sagomati e mobili dall'esterno, per assicurare protezione alle abitazioni quando calava la sera, quando senza illuminazione pubblica le strade erano pericolose. La misura del portale di granito e la posizione di questa casa bassa, sopraelevata con le pietre consumate di un antico selciato, fanno pensare ad uno dei tanti magazzini del "castello" di Misorro. La soglia, "lu mitali", è stata consumata da continuati traffici di servi, "mossos", e serve, "criadas", per la conservazione di grano, vino, olio, formaggio, sale, legna, carbone. "Desde el umbral", dalla soglia, cosa possiamo vedere, cosa possiamo immaginare? Cosa ha visto, cosa ci può raccontare un antico portone della città vecchia, di un'altra vita, di un altro tempo? Proviamo ad ascoltare. A vedere, invece di guardare distratti, e a leggere la storia anche su umili e trascurati dettagli di un mondo che non c'è più. Si chiama "piccolo patrimonio naturale non protetto", e ne parliamo finché possiamo, prima che l'incuria, l'indifferenza, o un improvviso colpo di vento lo facciano sparire per sempre.

📣 Annuncio❗NUOVA LEZIONE ALL'UTE TEMPIO:🗣️ "IL MERAVIGLIOSO STAZZO DI CANDÉLA... - La proprietà della terra in Gallura d...
11/05/2026

📣 Annuncio❗NUOVA LEZIONE ALL'UTE TEMPIO:
🗣️ "IL MERAVIGLIOSO STAZZO DI CANDÉLA... - La proprietà della terra in Gallura dal '600 all'800".
👉🏻 UNIVERSITÀ PER LE TRE ETÀ di TEMPIO - Palazzo degli Scolopi, martedì 19 maggio, ore 16:30. La lezione è aperta a tutti.👇🏻

📜 "IL TESTAMENTO DI MISORRO"
Don Gavino Misorro morì nel mese di Settembre del 1706. Era ancora arrendatore del porto di Terranova ed era il più importante e ricco allevatore di Tempio. Nel suo testamento vennero censiti più di 8300 capi di bestiame grosso e minuto, affidati a trentasei pastori che conducevano altrettanti stazzi in tutta la Gallura. I contratti agrari di nove anni, le "carte", scadevano il giorno di San Giovanni ed erano spietati. Il contratto "ad caput salvum", la "soccida di ferro" prevedeva la divisione delle crescite e la restituzione integrale del "caudal", il capitale originario di bestiame, tranne i casi di furti provati e di calamità straordinarie. Ma il bestiame moriva anche di fame, di malattia, e per la "mala solti", e i pastori si trovavano regolarmente insolventi e indebitati alla fine del contratto. Perdevano tutto, coinvolgendo nel debito tutti i familiari, e potevano essere anche incarcerati. A Tempio c'era la Legge. Il Tribunale, i Giudici, gli Avvocati. E il Carcere baronale era pronto ad ospitarli. Se no, il grande palazzo nobiliare di Monti Pinna con ventisei stanze, granai, magazzini, il forno per il pane, una ca****la privata consacrata, aveva sicuramente anche una segreta. Le sue scale di granito erano state consumate dagli scarponi chiodati di servi, pastori, contadini e debitori. L'antico portone chiodato veniva sprangato di notte con una trave che correva dentro lo spessore del muro. E al di sopra del portale d'ingresso del palazzo fortezza, una edicola di pietra ostentava il blasone araldico nobiliare, ottenuto nel 1694 per meriti speciali nella repressione del "banditismo".

🐂 Nella poesia di Cucchéddhu tutta la disperazione del pastore, attaccato dalla mala sorte. Il padrone, "lu Pupiddhu", arriva e gli porta via il bestiame, decretandone la rovina.

“No' déti culpa a lu malassultatu
di di' chi sia da lu poc'agghjutu
chì éu agghju abbastanza cunnisciutu
ch'è tuttu da la solti signalatu:
undi dia paldì agghju gagnatu,
undi dia gagnà agghju paldutu.
L'agghjutu è bonu però no' impolta
si la fultuna c'è cuntraria e tolta. […]

Piddhem'ancora un taddhólu di 'acchi
in garrig'a un pastóri pa' tant'anni:
trabaddh'iddhu e s'agghjuta cun ziracchi,
andan' a loc'angenu e paca danni;
entra la malasolti e da' l'attacchi
mórin' iteddhi e ni li móri manni;
veni a Santu Ghjuanni lu pupiddhu
dicendi: ti ni manca e ti li piddhu.

Chiddhu appena 'ntendi piddhavvilli
impronta d'ammazzassi da pareddhu;
si li poni : - Pal Déu, lacamilli,
chissà l'annu chi veni sia meddhu,
iddhu li miminigghja e pó' criscilli
e turra' póni da lu poc'abbeddhu;
è meddhu chi mi piddhi lu fiatu
si mi piddhi lu c'agghju trabaddhatu. -

- Agghju lu cuidatu, a dilla franca -
faeddha lu pupiddhu a bóci folti,
- dugna dì vengu e dugna dì ni manca;
si pongu menti a la tó' malasolti
vacchi no' mi ni torri manc'un'anca.
A dilla franca, agghju la paura
chi tuttu sia da la poca cura. -

Lu pastóri li ghjura in dugna sala,
cun più tistimogni finissi a rangu:
- una s'è impilchiata in una scala,
un'alta è molta d'un'unza di sangu;
un'alta è molta di la molti mala
e un'alta c'è falata in drent'un fangu;
e un manzu m'è moltu di 'addhinu,
pal disgrazia méa e mal distinu. -

- Chi macchinu ch'aéti li pastóri
a lampa' tuttu a la mala fultuna;
pal ca s'agghjuta robba no' ni móri,
pal ca trabaddha la solti è cumuna;
lu chi s'agghjuta n'esci 'incidóri,
l'intaressi li paldi ca li sfuna;
la fultuna ca cilca ghjà l'agatta;
éu li 'acchi mi li poltu e fatta. -“ […]

🔸Matteo Pirina Cucchéddhu, "Antologia della Poesia Gallurese", a cura di Giulio Cossu, 1976

📍"Lu Malassultatu". Il Poeta Matteo Pirina, detto Cucchéddhu nacque a Telti, allora in Comune di Tempio, nello Stazzo "Lu Frassu" nel 1843. Fu uno dei migliori cantori della poesia Gallurese dell'800, interpretando i sacrosanti valori della vita degli umili nella civiltà degli stazzi. La sua poesia amara che opponiamo idealmente al potere arrogante di Don Gavino Misorro, ci illumina più di una pagina di un libro di storia.

🔹Nelle foto: lo scudo araldico del 1694 e uno scorcio del palazzo nobiliare di Don Gavino Misorro, in Via Dettori a Tempio.

Indirizzo

Via Trincea Delle Frasche, 1
Tempio Pausania
07029

Telefono

+393401122270

Sito Web

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