01/08/2026
STORIA TRISTE DI UNA CINCIALLEGRA
Sono fuori a pranzo con delle colleghe, rientrando in ufficio una di loro si accorge di un uccellino, apparentemente morto, appoggiato dentro un vaso da fiori. Forse ha urtato contro la vetrata della mensa e qualcuno impietosito l'ha raccolto e osizionato li.
Una cincia - commento - poi la guardo bene, non è morta.
Fa freddo e ci sono sempre gatti in giro. La prendo delicatamente, la scaldo con le mani, la tengo al buio e facciamo silenzio finché non siamo in ufficio, dove la riponiamo in una piccola scatola di cartone. La prassi, insomma. Quando prendono botte del genere non c’è molto da fare, a volte si riprendono, a volte no.
Un collega vegano ci vede e commenta "Ne salvi uno adesso e stasera ne mangerai un altro" con l'atteggiamento di chi si sente fiero di ciò che ha appena detto.
"Si chiama compassione" rispondo senza guardarlo "un sentimento molto umano" che - ora ne sono certa - sia convinto di poter provare solo lui in quella stanza.
O meglio, solo lui ne ha il diritto, noi no, noi mangiamo carne, io addirittura uccido.
Capite la gravità di questo? La conseguenze logica di un pensiero del genere è la netta separazione fra chi ha diritto alle emozioni e chi no.
Se non la pensi in un certo modo, se non aderisci a questo modello, non hai DIRITTO a provare EMOZIONI, nemmeno le più basilari.
Credo non esista nulla di più dispotico, arrogante e presuntuoso di chi si ritiene il detentore e vorrebbe negare agli altri anche il diritto ai SENTIMENTI.
Ma è quello che succede continuamente, soprattutto a noi cacciatori.
Ci accusano di essere dei mostri se proviamo emozioni piacevoli andando a caccia e si risentono quando manifestiamo affetto o pietà, perché in contrasto con la loro narrazione, i mostri non provano questa roba, giusto?
Ci fa sembrare troppo simili a loro, che sono puri, buoni, virtuosi, per questo i soli capaci di sentimenti nobili.
Ci accusano di essere incoerenti, ipocriti, "specisti". Loro non lo sono forse?
Dov’è tutta la loro sensibilità, la loro empatia quando si augurano o festeggiano la nostra morte?
La differenza fra noi e loro non sta nelle opinioni, ma nella volontà di tradurre quelle opinioni in limiti alla libertà non solo di fare, non solo di esprimere, ma di sentire.