30/05/2026
«L’invenzione del colore» è un libro di biglietti strappati. Alcuni si conservano perfettamente nonostante uno strappo disattento del bigliettaio, come la relazione tra Christian e il suo alunno Paolo, che si instaura insolitamente e procede con rara armonia e affetto quasi paterno. Altri sono strappati con poca grazia e disattenzione, forse per un’incapacità del bigliettaio di intercettare il segreto desiderio dello spettatore di voler conservare un biglietto intatto, per portare a casa un ricordo di quella serata. Come nella relazione tra Christian e Gadda, la sua compagna, che procede a singhiozzo, oscillando tra momenti di tensione e brevi idilli d’affetto, incomprensione e tentativi di cura reciproca.
L’ultimo tipo di biglietti, invece, viene strappato con cautela, rispettando le linee tratteggiate e cercando di minimizzare i danni, per conservare al meglio quel pezzettino di carta così piccolo ma così prezioso. Quel biglietto per Christian è il ricordo di suo padre, che dopo quindici anni ritorna a tormentarlo. Chi era Raffaele Raimo? Inizia da qui una ricerca spasmodica, uno scavo meticoloso nel passato e nella storia della Technicolor, azienda in cui il padre ha lavorato per quasi tutta la vita. E tramite le voci degli operai che l’hanno conosciuto, i loro figli, le amanti, gli amici, Raimo intesse una storia che è un’inchiesta, ma al tempo stesso anche il diario di una ricerca, un diario pieno di ansie, dubbi, affetto e tenerezza. Il tutto costantemente filtrato dal cinema, che esce dalla Technicolor per allargarsi in un campo totale lungo ogni capitolo: e così film, registi e tecnici diventano quasi i secondi protagonisti del libro, colorandolo di una luce diversa e tutta nuova, proprio come Raffaele Raimo faceva con le sue pellicole.
Per la rubrica dedicata ai titoli candidati al , recensisce «L’invenzione del colore» di Christian Raimo, edito da